Gianni Di Quattro racconta la Olivetti

Gianni Di Quattro è un personaggio raro, siciliano per nascita e passione, fattosi milanese per scelta e occasione.

Ha svol­to gran par­te del­la sua vita lavo­ra­ti­va nell’Oli­vet­ti occu­pan­do­si di mer­ca­to in varie posi­zio­ni e in dif­fe­ren­ti pae­si.

Con la libe­ra­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni, nel­la secon­da metà degli anni Novan­ta, ha rea­liz­za­to un’esperienza edi­to­ria­le impor­tan­te, pro­du­cen­do e distri­buen­do Bel­tel, un maga­zi­ne col­to e con una for­ma gra­fi­ca intel­li­gen­te, che ser­vi­va ad apri­re dibat­ti­ti sul mon­do del­la tec­no­lo­gia. Chiu­sa quell’esperienza, ha co-fon­da­to con Pie­tro Bor­do­li la rivi­sta onli­ne Nel Futu­ro, sui meto­di di comu­ni­ca­zio­ne poli­ti­ci ed eco­no­mi­ci e l’innovazione.

Chi lo cono­sce bene, sa che la vita di Gian­ni Di Quat­tro è sta­ta domi­na­ta da sen­ti­men­ti, emo­zio­ni nostal­gie, rim­pian­ti, gran­di affet­ti e delu­sio­ni. Non è mai sta­to capa­ce di esse­re fred­do, cini­co, di pro­gram­ma­re, di lot­ta­re per un tra­guar­do di suc­ces­so, per­ché non ha mai ama­to la com­pe­ti­ti­vi­tà.

Ma rima­ne un testi­mo­ne e atten­to nar­ra­to­re dell’esperienza impren­di­to­ria­le più inno­va­ti­va del nostro pae­se, costi­tui­ta dal­la nasci­ta e dal­lo svi­lup­po dell’Olivetti, azien­da mito del XX seco­lo e por­ta­tri­ce di un’irripetibile cul­tu­ra eco­no­mi­ca e socia­le.

E men­tre que­sta sto­ria vie­ne rac­con­ta­ta in una gran­de e bel­lis­si­ma mostraalla Gal­le­ria Nazio­na­le di Arte Moder­na di Roma, è uti­le appro­fon­di­re il tema con que­sto uomo di sag­gia “pigri­zia”.

Gian­ni Di Quat­tro, com’è nata la sua espe­rien­za in Oli­vet­ti?

Ho comin­cia­to a lavo­ra­re in Oli­vet­ti nel 1957, dopo un pri­mo col­lo­quio con Furio Colom­bo e un secon­do e bel­lis­si­mo incon­tro con Ottie­ro Ottie­ri. Pri­ma di entrar­vi ave­vo già cono­sciu­to e ne ero rima­sto affa­sci­na­to il mito di Adria­no Oli­vet­ti e del­la sua casa edi­tri­ce Comu­ni­tà anche per­ché come uni­ver­si­ta­rio impe­gna­to poli­ti­ca­men­te, allo­ra nell’UGI, ave­vo insie­me agli ami­ci fre­quen­ti con­tat­ti con quel­la casa edi­tri­ce che ci rega­la­va libri, segna­la­zio­ni e rivi­ste. Quan­do sono sta­to assun­to ero nel­la ven­di­ta, par­ten­do dai livel­li più bas­si come si usa­va per tut­ti nell’azienda, ma si per­ce­pi­va come cer­te idee di Adria­no era­no dif­fu­se a tut­ti i livel­li e si nota­va subi­to lo sti­le diver­so da qual­sia­si altra azien­da ita­lia­na. L’azienda era diver­sa nel­lo sti­le dei capi, nel modo di trat­ta­re il per­so­na­le, nel­la bel­lez­za di ciò che la riguar­da­va, i pro­dot­ti, i loca­li, la docu­men­ta­zio­ne, tut­to. Il set­to­re com­mer­cia­le era sta­to appe­na rior­ga­niz­za­to ed era gesti­to da uno degli uomi­ni più vici­ni ad Adria­no e che ha avu­to una gran­dis­si­ma impor­tan­za nel­lo svi­lup­po dell’azienda e cioè Ugo Galas­si. A que­sti si deve la rifor­ma del­la strut­tu­ra com­mer­cia­le ita­lia­na (un rife­ri­men­to anche per tut­te le con­so­cia­te este­re) e lo svi­lup­po del­le atti­vi­tà di for­ma­zio­ne con la crea­zio­ne, per pri­mi in Ita­lia, del­la scuo­la di for­ma­zio­ne inter­na in un’azienda. Il suc­ces­so di Oli­vet­ti nasce in gran par­te dal lavo­ro di Ugo Galas­si, così come sul pia­no tec­ni­co di Nata­le Cap­pel­la­ro, il famo­so pro­get­ti­sta del­la Divi­sum­ma 24.

Fac­cia­mo un pas­so indie­tro. Camil­lo Oli­vet­ti, il fon­da­to­re del­la fab­bri­ca, era un inge­gne­re indu­stria­le con gran­de inven­ti­va e capa­ci­tà manua­le. Anda­va nel­le linee di pro­du­zio­ne e com­po­ne­va con gli ope­rai le mac­chi­ne da scri­ve­re. E ave­va la qua­li­tà di tra­sfor­ma­re le intui­zio­ni tec­ni­che in pro­dot­ti. La sto­ria dell’azienda era un valo­re con­di­vi­so tra chi, come lei, la rag­giun­se negli anni Cin­quan­ta?

La sto­ria dell’impresa era un valo­re asso­lu­ta­men­te con­di­vi­so. Il ritrat­to di Camil­lo era in tut­ti gli uffi­ci cen­tra­li e peri­fe­ri­ci dell’azienda. Nel 1958, in occa­sio­ne del cin­quan­te­na­rio dell’azienda, fu distri­bui­to a tut­ti i dipen­den­ti un libro con la sto­ria dell’azienda e del suo fon­da­to­re. E poi se ne par­la­va, si rac­con­ta­va.

Adria­no ini­zia a diri­ge­re Oli­vet­ti già negli anni Tren­ta e divie­ne un gran­de capoa­zien­da.  Sul­la divi­sio­ne del lavo­ro ave­va le idee chia­re. Ripor­to un suo pen­sie­ro: “Ogni solu­zio­ne che non des­se esclu­si­va auto­ri­tà e respon­sa­bi­li­tà a uomi­ni di altis­si­ma pre­pa­ra­zio­ne è da con­si­de­rar­si un ingan­no. L’operaio diret­to­re di fab­bri­ca è un roman­ti­co ma ana­cro­ni­sti­co ricor­do dei pri­mi tem­pi del­la rivo­lu­zio­ne sovie­ti­ca, men­tre l’operaio mem­bro di un con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne è una tra­gi­ca fin­zio­ne reto­ri­ca del­la repub­bli­ca socia­le fasci­sta”. Non sem­bra il sogna­to­re rac­con­ta­to in infi­ni­te occa­sio­ni.

Adria­no, secon­do il mio pare­re, ave­va una sua visio­ne del­la socie­tà e del­la fab­bri­ca e soprat­tut­to del suo lega­me con il ter­ri­to­rio. Era inte­res­sa­to allo svi­lup­po cul­tu­ra­le degli ope­rai, pen­sa­va che più era­no con­sa­pe­vo­li più sareb­be­ro sta­ti lega­ti alla impre­sa e al lavo­ro, con­si­de­ra­va il bene di tut­to il per­so­na­le un patri­mo­nio azien­da­le, ma con­si­de­ra­va anche il meri­to e il talen­to, la pre­pa­ra­zio­ne e la pro­fes­sio­na­li­tà indi­spen­sa­bi­li per gui­da­re qual­sia­si atti­vi­tà. Ama­va la cul­tu­ra e allo stes­so modo l’organizzazione. Adria­no impie­ga­va mol­to del suo tem­po a sele­zio­na­re le per­so­ne e stu­dia­va tut­ti quel­li che incon­tra­va in ogni occa­sio­ne, pen­sa­va che la capa­ci­tà e la cul­tu­ra era­no fat­to­ri di svi­lup­po impor­tan­te per una azien­da. Non era un sogna­to­re anche se la sua visio­ne del­la socie­tà era un’utopia.

Tut­ta­via, Cesa­re Musat­ti dice­va che Adria­no era un mat­to. For­se è più giu­sto dire che aves­se visio­ne. Fu uno dei pri­mi indu­stria­li al mon­do a capi­re l’importanza del desi­gn di pro­dot­to, dell’immagine pub­bli­ci­ta­ria e dei nego­zi. Ste­ve Jobs rac­col­se inte­gral­men­te quel­la lezio­ne.

È vero, Adria­no pote­va esse­re con­si­de­ra­to mat­to per i tem­pi, come dice­va Cesa­re Musat­ti. Con­si­de­ra­va la bel­lez­za un modo di esse­re dell’uomo e una sua aspi­ra­zio­ne, dice­va che non era deci­so da nes­su­no che una mac­chi­na per scri­ve­re doves­se esse­re brut­ta, nera e pesan­te. E dimo­stra­va che non era neces­sa­rio far lavo­ra­re gli ope­rai in sta­bi­li­men­ti tetri e chiu­si, sen­za luce ester­na e dove il lavo­ro pote­va esse­re una male­di­zio­ne. Gli sta­bi­li­men­ti Oli­vet­ti sono sta­ti non solo esem­pi urba­ni­sti­ci di gran­de valo­re, ma sono sta­ti i pri­mi nel mon­do che han­no dise­gna­to una moder­ni­tà e han­no rap­pre­sen­ta­to una gran­de scuo­la. Ed è vero che Ste­ve Jobs stu­diò a lun­go l’Olivetti che visi­tò mol­te vol­te e par­lò spes­so con i desi­gner dell’azienda (soprat­tut­to con Mario Bel­li­ni) e non a caso sono sta­te fat­ti dei paral­le­li tra lui e Adria­no Oli­vet­ti. Sep­pur tenen­do con­to di epo­che e con­te­sti diver­si, entram­bi ave­va­no una visio­ne e una uto­pia che li gui­da­va.

Quan­do Adria­no morì, nel feb­bra­io del 1960, l’azienda è for­te­men­te posi­zio­na­ta nel­la mec­ca­ni­ca (si era anche espan­sa con l’acquisto del­la Under­wood, fab­bri­ca sta­tu­ni­ten­se di mac­chi­ne) ed era con­cen­tra­ta sull’elettronica, anche su impul­so di un inge­gne­re genia­le come Mario Tchou: nel 1959 vie­ne pre­sen­ta­to il cal­co­la­to­re a tran­si­stor Elea 9003, dise­gna­to da Etto­re Sott­sass. Qual era la stra­te­gia com­ples­si­va dell’azienda?

Quan­do Adria­no morì, l’azienda era cer­ta­men­te posi­zio­na­ta sul­la mec­ca­ni­ca. Ma esi­ste­va una Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca che riu­ni­va le espe­rien­ze del Labo­ra­to­rio di Ricer­che e del­la Pro­du­zio­ne diret­to da Mario Tchou, che poi mori­rà pre­ma­tu­ra­men­te l’anno suc­ces­si­vo, e di Oli­vet­ti Bull, di cui la nostra azien­da dete­ne­va una par­te­ci­pa­zio­ne del 50%, ave­va in pochi anni acqui­si­to oltre 700 impian­ti a sche­de per­fo­ra­te sul mer­ca­to, un suc­ces­so di gran­di pro­por­zio­ni. Il respon­sa­bi­le di tut­ta la Divi­sio­ne era Otto­ri­no Bel­tra­mi ed Else­ri­no Piol era il Diret­to­re Com­mer­cia­le. La stra­te­gia era chia­ra a tut­ti quel­li che vi lavo­ra­va­no, non al resto dell’azienda e for­se nean­che all’establishment epo­re­die­se che sin dall’inizio ha guar­da­to con sospet­to agli inve­sti­men­ti elet­tro­ni­ci dell’azienda (in sin­to­nia con i mem­bri del­la fami­glia azio­ni­sti). In altri ter­mi­ni Adria­no, sup­por­ta­to dal figlio Rober­to, che in que­sta vicen­da ha avu­to un ruo­lo di pri­mo pia­no, da una par­te ave­va inve­sti­to nel­lo svi­lup­po e nel­la ricer­ca e dall’altra ope­ra­va sul mer­ca­to insie­me a una del­le più gran­di impre­se euro­pee del set­to­re, appun­to la Bull, allo sco­po di acqui­si­re espe­rien­za, clien­ti e pre­pa­ra­re un mana­ge­ment e un per­so­na­le con­cen­tra­to sul futu­ro.

Alla mor­te di Adria­no, l’Olivetti è finan­zia­ria­men­te mol­to fra­gi­le, con la fami­glia e l’azienda for­te­men­te inde­bi­ta­te, anche se non vi fu mai una vera cri­si di pro­dot­to. Come ha vis­su­to le dina­mi­che che por­ta­ro­no al tra­sfe­ri­men­to dell’azienda al “grup­po di inter­ven­to”, gui­da­to dal­le ban­che di inte­res­se pub­bli­co e da azien­de come la Fiat, e alla sua usci­ta dall’elettronica?

La mor­te di Adria­no cer­ta­men­te cam­biò tut­to lo sce­na­rio. L’Olivetti era impe­gna­ta con tan­ti inve­sti­men­ti, quel­lo sull’elettronica che non dava anco­ra uti­li ma al con­tra­rio assor­bi­va risor­se e quel­lo per l’acquisizione del­la Under­wood ame­ri­ca­na, un’azienda che si rive­lò non sal­va­bi­le e che fu con­si­de­ra­ta e il cui acqui­sto fu con­si­de­ra­ta un’azzardata ope­ra­zio­ne impren­di­to­ria­le di Adria­no, fat­ta qua­si esclu­si­va­men­te per sco­pi sen­ti­men­ta­li per­ché Under­wood era l’azienda che il padre Camil­lo ave­va stu­dia­to pri­ma di avvia­re la sua impre­sa e lui stes­so ave­va visi­ta­to anche pri­ma di pren­de­re il coman­do in Oli­vet­ti. Quan­do nel 1964 fu for­ma­liz­za­ta la ven­di­ta del­la Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca alla Gene­ral Elec­tric, tut­to il per­so­na­le dell’Olivetti tirò un sospi­ro di sol­lie­vo pen­san­do di esser­si libe­ra­ti di un costo e di una pro­spet­ti­va dub­bia, men­tre il per­so­na­le del­la stes­sa Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca fu con­ten­to per­ché si capi­va che l’azienda non avreb­be potu­to più finan­zia­re l’operazione e  la Gene­ral Elec­tric arri­va­va con gran­di pre­te­se e inten­zio­ni, che poi furo­no fru­stra­te per­ché in bre­ve ven­det­te il com­par­to alla Honey­well. Quel­lo che anco­ra oggi lascia mol­to per­ples­si è che nes­sun sin­da­ca­li­sta sol­le­vò il pro­ble­ma e che in Par­la­men­to non ci fu alcu­na inter­ro­ga­zio­ne par­la­men­ta­re da par­te di nes­sun espo­nen­te di ogni par­ti­to.

Si apre una lun­ga fase di un’“azienda sen­za impren­di­to­re” come ha scrit­to Pao­lo Bric­co. Ma è que­sta l’azienda che tor­na dove dove­va tor­na­re, ovve­ro all’elettronica, con per­so­nag­gi genia­li come Rober­to Oli­vet­ti e Pier­gior­gio Perot­to. La nasci­ta del pri­mo ela­bo­ra­to­re da tavo­lo Pro­gram­ma 101 met­te l’Olivetti all’avanguardia dell’elettronica. Ave­va­te coscien­za e ragio­ne di que­sta lea­der­ship?

Il perio­do dal 1960 al 1964 fu vis­su­to con mol­ta appren­sio­ne da tut­ti. Nel 1962 Rober­to Oli­vet­ti diven­ne ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to, ma dovet­te ras­se­gna­re le dimis­sio­ni un paio di anni dopo quan­do arri­vò il grup­po di inter­ven­to che nomi­nò Bru­no Visen­ti­ni pre­si­den­te e Aure­lio Pec­cei  ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to. Rober­to dopo la ven­di­ta alla Gene­ral Elec­tric del­la Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca riu­scì a trat­te­ne­re nell’Olivetti il grup­po di ricer­ca che face­va capo a Pier­gior­gio Perot­to, uomo chia­ve nel futu­ro dell’azienda sia per la pro­get­ta­zio­ne del­la Pro­gram­ma 101, il pri­mo per­so­nal com­pu­ter al mon­do e tal­men­te inno­va­ti­vo che non fu pie­na­men­te capi­to nem­me­no dal­la stes­sa orga­niz­za­zio­ne Oli­vet­ti, e sia per la suc­ces­si­va tra­sfor­ma­zio­ne dal­la mec­ca­ni­ca ver­so l’elettronica dopo attua­ta con la dire­zio­ne di Otto­ri­no Bel­tra­mi e con l’importante appor­to di Mari­sa Bel­li­sa­rio.

In que­sto momen­to si affac­cia un altro rile­van­te per­so­nag­gio: Else­ri­no Piol vie­ne chia­ma­to a lan­cia­re Pro­gram­ma 101.

Pro­prio gra­zie alla volon­tà di Rober­to Oli­vet­ti, Else­ri­no Piol lasciò la Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca per dive­ni­re il pri­mo Diret­to­re Mar­ke­ting, ruo­lo attra­ver­so il qua­le ha influen­za­to tut­ta la poli­ti­ca dell’azienda. Poi con Car­lo De Bene­det­ti, dopo un perio­do di per­ma­nen­za in Ame­ri­ca, si fece arte­fi­ce del­la crea­zio­ne e del­lo svi­lup­po del set­to­re inter­no di ven­tu­re capi­tal, che fu mol­to impor­tan­te e cer­ta­men­te anti­ci­pa­to­re del­le poli­ti­che di oggi.  Una visio­ne che arri­vò alla par­te fina­le del­la para­bo­la dell’Olivetti e fu l’artefice dell’ingresso nel mon­do del­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni, ope­ra­zio­ne che in qual­che modo sal­vò l’Olivetti da situa­zio­ni più imba­raz­zan­ti.

Altri gran­di pro­ta­go­ni­sti dal­la mor­te di Adria­no fin oltre l’arrivo di Car­lo De Bene­det­ti sono i crea­ti­vi, gui­da­ti da Ren­zo Zor­zi. Mi rac­con­ta di Zor­zi, Etto­re Sott­sass e Mario Bel­li­ni? E’ vero che Bru­no Visen­ti­ni, sep­pu­re un con­ser­va­to­re, non ne osta­co­lò mai il lavo­ro, anche quan­do Sott­sass dise­gnò la mac­chi­na da scri­ve­re Valen­ti­ne sce­glien­do il ros­so in ono­re dei ragaz­zi che alla fine degli anni Ses­san­ta mani­fe­sta­va­no in tut­to il mon­do?

Ren­zo Zor­zi è sta­ta una figu­ra impor­tan­te pri­ma come respon­sa­bi­le di Comu­ni­tà e poi, in sosti­tu­zio­ne di Cesa­re Musat­ti, ha gui­da­to l’immagine, il dise­gno indu­stria­le, la pub­bli­ci­tà e le atti­vi­tà cul­tu­ra­li dell’azienda. È vero che Visen­ti­ni die­de sem­pre ampia auto­no­mia a Zor­zi, anche in vir­tù del­la loro ami­ci­zia risa­len­te ai tem­pi del­la guer­ra par­ti­gia­na e alla loro cor­re­gio­na­li­tà. Ed è vero che Zor­zi è sta­to un uomo pre­zio­so per l’Olivetti con la sua gran­de cul­tu­ra e con le pro­prie capa­ci­tà pro­fes­sio­na­li è riu­sci­to a coor­di­na­re sem­pre l’attività di tut­ti i pro­ta­go­ni­sti cul­tu­ra­li che sono sta­ti nell’orbita dell’Olivetti e che sono sta­ti tan­ti. Per esem­pio Gio­van­ni Giu­di­ci e Fran­co For­ti­ni, oltre a Etto­re Sott­sass e Mario Bel­li­ni che han­no dise­gna­to tan­ti pro­dot­ti e mate­ria­li dell’azienda.

Rober­to Oli­vet­ti, sep­pu­re in diar­chia con Bru­no Jarach, è sta­to l’ultimo mana­ger di fami­glia e,  dopo un bre­ve perio­do di gover­no di Otto­ri­no Bel­tra­mi, Car­lo De Bene­det­ti com­pra l’azienda, attra­ver­so un aumen­to di capi­ta­le effet­tua­to nel giu­gno del 1978 che lo fa dive­ni­re azio­ni­sta di mag­gio­ran­za.

Dopo l’amministrazione dele­ga­ta di Rober­to Oli­vet­ti in cop­pia con Bru­no Jarach, par­te il perio­do di Otto­ri­no Bel­tra­mi che è di fon­da­men­ta­le impor­tan­za nel­la sto­ria dell’azienda.  Rober­to rima­se in con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne come vice pre­si­den­te sino all’arrivo di Car­lo De Bene­det­ti e poi lasciò defi­ni­ti­va­men­te occu­pan­do­si di altro, svi­lup­pan­do la Trien­na­le di Mila­no e soprat­tut­to fon­dan­do la casa edi­tri­ce Adel­phi, un ulte­rio­re segno del­la finez­za intel­let­tua­le degli Oli­vet­ti. Il perio­do di Bel­tra­mi e di Mari­sa Bel­li­sa­rio, la sua più pre­zio­sa col­la­bo­ra­tri­ce,  è fon­da­men­ta­le per­ché in que­sto momen­to vie­ne effet­tua­ta la tra­sfor­ma­zio­ne dell’azienda da mec­ca­ni­ca in elet­tro­ni­ca e rin­no­va­ta l’intera linea dei pro­dot­ti. Ma l’impresa alla fine di que­sto pro­ces­so era stre­ma­ta finan­zia­ria­men­te e Visen­ti­ni nei fat­ti la cedet­te a Car­lo De Bene­det­ti, rifiu­tan­do qual­sia­si altro pro­get­to che pure lo stes­so Bel­tra­mi ave­va ten­ta­to di pre­pa­ra­re e di sot­to­por­gli.

De Bene­det­ti è un per­so­nag­gio ruvi­do. Non cre­de che ci sia una linea di con­ti­nui­tà nel­la man­ca­ta accet­ta­zio­ne di Adria­no Oli­vet­ti e di De Bene­det­ti da par­te del capi­ta­li­smo e del mon­do ban­ca­rio ita­lia­ni?

Non cre­do ci sia una linea di con­ti­nui­tà tra Adria­no Oli­vet­ti e Car­lo De Bene­det­ti nel rap­por­to con il capi­ta­li­smo e il mon­do ban­ca­rio ita­lia­no. Ciò può sem­bra­re, per­ché entram­bi sono sta­ti per­so­nag­gi diret­ti e mol­to pro­ta­go­ni­sti. Ma si trat­ta di due per­so­ne com­ple­ta­men­te diver­se per la visio­ne del mon­do, per i rap­por­ti e gli inte­res­si col­ti­va­ti, per gli obiet­ti­vi. Il pri­mo ave­va rap­por­ti pes­si­mi con il nostro siste­ma finan­zia­rio e indu­stria­le con­so­li­da­to per­ché non ne con­di­vi­de­va com­por­ta­men­ti e poli­ti­che, il secon­do per­ché ten­de­va a domi­nar­lo e pie­gar­lo ai suoi affa­ri e inte­res­si.

De Bene­det­ti è sta­to appa­ren­te­men­te uomo di dia­lo­go poli­ti­co. Si è con­fron­ta­to per un lun­go perio­do con Enri­co Ber­lin­guer e i diri­gen­ti miglio­ri­sti del Par­ti­to Comu­ni­sta ed è rimar­che­vo­le la cor­ri­spon­den­za con il Vesco­vo di Ivrea Lui­gi Bet­taz­zi, sca­tu­ri­ta dal­la sua deci­sio­ne di ridur­re il per­so­na­le all’inizio degli anni Ottan­ta. Ritie­ne che que­sta capa­ci­tà abbia dato ruo­lo poli­ti­co all’azienda Oli­vet­ti?

Car­lo De Bene­det­ti è sta­to un gran­de spe­cu­la­to­re e un finan­zie­re, un uomo che ha sfrut­ta­to ogni pie­ga di qua­lun­que siste­ma legi­sla­ti­vo e poli­ti­co per inse­rir­si con l’intento di fare buo­ni affa­ri. Per que­sto ave­va fre­quen­ta­zio­ni con­ti­nue con il mon­do poli­ti­co, solo per­ché que­sto face­va par­te del suo modo di sta­re in socie­tà e di fare affa­ri. Non era un impren­di­to­re con voca­zio­ne alle lun­ghe pro­spet­ti­ve e anche in Oli­vet­ti ha dimo­stra­to di non esser­lo e que­sto è un tema poco appro­fon­di­to del­la sto­ria. Comun­que mai l’Olivetti ha avu­to un ruo­lo poli­ti­co e mai ha avu­to rap­por­ti pri­vi­le­gia­ti con il mon­do del­la poli­ti­ca e del­la buro­cra­zia ita­lia­na.

Else­ri­no Piol è sta­to un gran sug­ge­ri­to­re per Car­lo De Bene­det­ti. Parec­chi buo­ni affa­ri e nel 1983 l’occasione man­ca­ta di rile­va­re il 20% di Apple, scel­ta di cui De Bene­det­ti si ram­ma­ri­cò pub­bli­ca­men­te in una lec­tio alla Boc­co­ni il 18 apri­le 2014. Que­sto erro­re fa par­te del­la nar­ra­zio­ne dell’Olivetti, come una male­di­zio­ne. Secon­do lei ha dav­ve­ro con­di­zio­na­to pesan­te­men­te lo svi­lup­po dell’azienda?

Riba­di­sco che Else­ri­no Piol è sta­to un uomo chia­ve dell’Olivetti, spes­so accu­sa­to da par­te di con­ser­va­to­ri e medio­cri di fare disor­di­ne, gra­zie al qua­le le gran­di sfi­de dell’Olivetti si sono ten­ta­te e spes­so han­no avu­to suc­ces­so, dall’informatica alle tele­co­mu­ni­ca­zio­ni. Se la sto­ria del­la rinun­cia ad Apple da par­te di De Bene­det­ti sia vera? Può esse­re, ma sareb­be sta­ta diver­sa la sto­ria di Apple ma non quel­la dell’Olivetti, per­ché l’establishment epo­re­die­se sareb­be riu­sci­to a sman­tel­la­re anche que­sta ope­ra­zio­ne. De Bene­det­ti for­se si ram­ma­ri­ca per­ché sareb­be sta­to un affa­re inve­sti­re sen­za toc­car­la, nel sen­so di non inte­grar­la nel pro­prio grup­po.

Se male ave­va visto su Apple, De Bene­det­ti fu rapi­do a capi­re il con­nu­bio tra infor­ma­ti­ca e tele­co­mu­ni­ca­zio­ni. Con que­sta intui­zio­ne fece entra­re nel capi­ta­le socia­le l’operatore tele­fo­ni­co ame­ri­ca­no AT&T e scel­se di crea­re e lan­cia­re Omni­tel, ai tem­pi la miglio­re azien­da di tele­fo­nia mobi­le al mon­do.

L’affare con AT&T fu fat­to per­ché que­sta vole­va entra­re nell’informatica e cer­ca­va un part­ner euro­peo, ma poi si are­nò per­ché l’impresa ame­ri­ca­na dimo­strò di non esse­re capa­ce e così fu infat­ti anche con la suc­ces­si­va part­ner­ship ten­ta­ta dopo l’uscita dall’Olivetti e cioè quel­la con NCR. L’operazione tele­co­mu­ni­ca­zio­ni, suc­ces­si­va all’uscita di AT&T dal capi­ta­le dell’Olivetti, è meri­to di Piol che la sug­ge­rì, anche se De Bene­det­ti si è dimo­stra­to pron­tis­si­mo a rece­pi­re il sug­ge­ri­men­to e a entra­re nell’affare.

In ogni caso, l’Olivetti rima­ne viva nell’immaginario col­let­ti­vo. Ha avu­to con sé scrit­to­ri e poe­ti come Pao­lo Vol­po­ni o Gior­gio Soa­vi, i miglio­ri desi­gner, ha inven­ta­to l’idea di nego­zio come base di espe­rien­za di bel­lez­za e cul­tu­ra per il clien­te ed è sta­ta la pri­ma azien­da al mon­do a pro­dur­re inte­ra­men­te mostre d’arte, la pri­ma quel­la degli affre­schi sal­va­ti dall’alluvione di Firen­ze al Metro­po­li­tan di New York nel 1968. Secon­do lei, il nome Oli­vet­ti man­tie­ne un cari­sma irrag­giun­gi­bi­le?

Il nome Oli­vet­ti rima­ne nell’immaginario col­let­ti­vo un’esperienza uni­ca. Una del­le poche azien­de al mon­do che ha inter­pre­ta­to il suo ruo­lo socia­le in modo diver­so. Que­sta espe­rien­za la si deve ad Adria­no Oli­vet­ti che è sta­to un impren­di­to­re illu­mi­na­to for­se più che un gran­de mana­ger e a colo­ro che dopo la sua mor­te han­no sep­pur in tono mino­re con­ti­nua­to a tene­re alta la sua visio­ne.

Se le fos­se richie­sto, come for­mu­le­reb­be l’incipit di una lezio­ne per gli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ta all’Olivetti?

Stu­dia­re l’Olivetti vuol dire capi­re il capi­ta­li­smo del seco­lo pas­sa­to, signi­fi­ca capi­re come può nasce­re l’innovazione all’interno di un’azienda, vuol dire capi­re il mon­do dell’impresa di oggi attra­ver­so un’esperienza del pas­sa­to. Vuol dire, infi­ne e soprat­tut­to, pen­sa­re a un modo diver­so di esse­re impren­di­to­re e di affron­ta­re la moder­ni­tà.

E in lei, che ha vis­su­to un’esperienza così ric­ca e appro­fon­di­ta, cosa ha lascia­to l’Olivetti?

Cosa è sta­ta per me l’Olivetti?  Cer­ta­men­te non un lavo­ro ma il lavo­ro, dove ho visto che si può sogna­re in gran­de, una scuo­la pro­fes­sio­na­le e uma­na libe­ra e pie­na di rispet­to per tut­to, dove ho cono­sciu­to per­so­ne straor­di­na­rie e ami­ci per la vita, dove insom­ma ho costrui­to il mio modo di esse­re e di apprez­za­re la vita, dove ho capi­to il sen­so del­la moder­ni­tà e ho avu­to il pia­ce­re di vive­re nel­la intel­li­gen­za e nel­la bel­lez­za che han­no ripa­ga­to ampia­men­te per­cor­si tal­vol­ta dolo­ro­si e tra­guar­di man­ca­ti.

da l’Espresso del 10 mar­zo 2018