La macchina da scrivere, mitica Remington del nonno

di Giu­sy Fri­si­na

 

macchina Remington dell'aprile 101 esposta al Muditec Olivetti

mac­chi­na Reming­ton del­l’a­pri­le 101 espo­sta al Mudi­tec Oli­vet­ti


Me ne sono ricor­da­ta all’improvviso: ma la Reming­ton dov’é? Se dico Reming­ton a scuo­la i ragaz­zi pen­sa­no a un tele­fo­ni­no, oppu­re alza­no gli occhi per fru­ga­re nel­la bre­ve memo­ria. Nel­la mia memo­ria la Reming­ton è la pri­ma mac­chi­na che ho impa­ra­to a usa­re in casa, scri­ven­do for­se rac­con­ti d’amore, ma soprat­tut­to tesi­ne e tesi per l’università Appar­tie­ne al mon­do del­le cose di ogni gior­no che ormai non usia­mo più ma che resta­no sem­pre con noi e dal­la cui sto­ria noi venia­mo. Infat­ti quell’oggetto ormai da tut­ti mes­so da par­te (ma Mar­co Pan­nel­la so che la usa anco­ra…) ave­va ser­vi­to fedel­men­te la scrit­tu­ra ben pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del­lo scher­mo.

La mac­chi­na da scri­ve­re era rima­sta lì, dimen­ti­ca­ta da tem­pi imme­mo­ra­bi­li, in un ango­lo del salot­to. Era una Reming­ton, nero luci­da, appe­na leg­ger­men­te scro­sta­ta, dei pri­mi del Nove­cen­to. Appar­te­nu­ta al non­no, vi ave­vo scrit­to su fin da ragaz­zi­na, mi pia­ce­va da mori­re sal­tel­la­re con un dito sui tasti per inven­ta­re le mie sto­rie fan­ta­sti­che… Mol­to più che con l’Olivetti anni ses­san­ta (ver­de oli­va, natu­ral­men­te) che usa­va mio padre. Ricor­do i fogli di car­ta car­bo­ne, azzur­ro “copia­ti­vo”, si dice­va, o gri­gio fer­ro, che il non­no avvo­ca­to usa­va per fare le copie di let­te­re e docu­men­ti ; impri­me­va­no la scrit­tu­ra in modo alquan­to sbia­di­to, ma pur sem­pre leg­gi­bi­le, sul­le car­te veli­ne sot­to­stan­ti, mes­se alter­na­te tra un foglio e un altro di quel­la stra­na car­ta che anne­ri­va anche le dita appe­na la si toccava…Se ne pote­va­no fare poche copie per vol­ta, ma poi­ché le foto­co­pia­tri­ci non era­no nem­me­no nel­la men­te di Dio, ed i biso­gni spes­so sono indot­ti, nes­su­no pen­sa­va di poter arri­va­re a con­su­ma­re tan­ta car­ta e quel­le poche copie si pote­va­no cer­ta­men­te far basta­re. Caso mai si rico­min­cia­va, dato che c’era anche tan­to più tem­po a dispo­si­zio­ne…

E, già, quel­le copie era­no pro­prio le “veli­ne”, fogli bian­chi leg­ge­ris­si­mi e semi­tra­spa­ren­ti, su cui già Mus­so­li­ni, da gior­na­li­sta ormai duce, tra­smet­te­va i suoi ordi­ni alle reda­zio­ni. Oggi le paro­le han­no cam­bia­to significato,visto che le “veli­ne” sono diven­ta­te tutt’altro, men­tre il pote­re non è meno arro­gan­te e inva­si­vo…

Una cate­na di ogget­ti si accom­pa­gna, per­tan­to, nel­la memo­ria, alla vec­chia mac­chi­na da scri­ve­re che, fon­da­men­ta­le e orgo­glio­sa, tro­neg­gia­va sul­la scri­va­nia liber­ty di legno chiaro…ed ora inve­ce se ne sta in dispar­te, in un can­to del­la biblio­te­ca, tra i libri di sto­ria, guar­da caso, e il miti­co Zin­ga­rel­li… for­se per ricor­dar­ci di anda­re a vede­re alla voce cor­ri­spon­den­te.

E ritor­na­no in men­te pure, per asso­cia­zio­ne, la car­ta assor­ben­te, mai più vista in giro, e la pen­na sti­lo­gra­fi­ca nel suo astuc­cio blu, e for­se anche il barat­to­li­no d’inchiostro nero sep­pia, lì pron­to per quan­do si deci­de­va di scri­ve­re una bel­la let­te­ra di pro­prio pugno ad un ami­co lon­ta­no o ad un amo­re mai dimen­ti­ca­to, evi­tan­do l’impersonale carat­te­re arti­fi­cia­le…. Pure se la mac­chi­na da scri­ve­re ave­va un “carattere”suo pro­prio. Mi pia­ce­va anche stu­diar­ne il mec­ca­ni­smo, per esem­pio guar­da­re sot­to i tasti, dove si erge­va­no le incli­na­te bac­chet­ti­ne di soste­gno, una pic­co­la sel­va di albe­rel­li, tut­ti ugua­li e per­fet­ta­men­te alli­nea­ti… Sem­bra­va­no sol­da­ti­ni dili­gen­ti, ma se si bat­te­va trop­po for­te, ogni tan­to qual­che tasto si incep­pa­va…

La glo­rio­sa Reming­ton tut­ta­via era eter­na e resi­ste­va anche ai mal­trat­ta­men­ti, anzi sem­bra­va pro­prio costrui­ta a pro­va di ado­le­scen­te irre­quie­ta.

Sono sta­ta pro­prio con­ten­ta di aver­la ere­di­ta­ta, ma non mi pia­ce l’idea di dover­la trat­ta­re come un pez­zo da museo…Infatti non è cer­to mes­sa in bel­la vista, ma se ne sta lì, discre­ta­men­te defi­la­ta e impol­ve­ra­ta… non è cer­to uno sta­tus sym­bol! Inu­ti­le tut­ta­via pen­sa­re di rimet­ter­la in fun­zio­ne, sareb­be peno­so veder­la arran­ca­re per scri­ve­re due righe…

Del resto, anche la tastie­ra del com­pu­ter pre­sto sarà obso­le­ta. Inven­te­ran­no lo “scrip­to­pen­sie­ro”, baste­rà pen­sa­re ad un qual­sia­si testo ed ecco­lo già tra­scrit­to sul­lo scher­mo pal­ma­re, auto­ma­ti­ca­men­te tra­smes­so ovun­que si voglia.

Ma i vec­chi ogget­ti sono ogget­ti con l’anima, e resta­no con noi solo per ricor­dar­ci, con un piz­zi­co di nostal­gia, il modo diver­so che ave­va­mo di vive­re… Not­ti esti­ve inson­ni pas­sa­te a stu­dia­re e a guar­da­re più le stel­le che la tele­vi­sio­ne, pome­rig­gi d’autunno gri­gio piom­bo tra i libri e il regi­stra­to­re, geli­de mat­ti­ne inver­na­li con il caf­fe­lat­te e gli Oro Sai­wa, e in pri­ma­ve­ra rami di rosel­li­ne cine­si mes­se nei pic­co­li vasi sul davan­za­le… E la mac­chi­na per scri­ve­re del non­no sem­pre lì, a por­ta­ta di mano, anche per pro­va­re final­men­te a scri­ve­re la tesi di laurea…Ma anda­vo avan­ti trop­po len­ta­men­te e così fini­vo dirit­ta in copi­ste­ria, pro­prio die­tro l’università, dove per ogni pagi­na bat­tu­ta sull’anonima mac­chi­na da una signo­ri­na un po’ attem­pa­ta (con gli occhia­li spes­si come vetri di bot­ti­glia) veni­va fuo­ri un nume­ro incre­di­bil­men­te alto di erro­ri… Ma si paga­va­no solo die­ci lire a pagi­na, in tut­to cin­que­mi­la lire per tre copie ori­gi­na­li (sen­za car­ta car­bo­ne!) rile­ga­te in coper­ti­na azzur­ra pla­sti­fi­ca­ta. E le cor­re­zio­ni era­no rigo­ro­sa­men­te fat­te a mano!

Era il tem­po del­le mac­chi­ne da scri­ve­re.