Marisa Bellisario, una grande amicizia che non riesce a finire

di Gian­ni di Quat­tro

Io lavo­ra­vo a Val­da­gno e lei era venu­ta per qual­che moti­vo di lavo­ro e ci sia­mo cono­sciu­ti. Mi ave­va det­to che veni­va da Ceva, in pro­vin­cia di Cuneo, la stes­sa pro­vin­cia di Mario Unnia, un col­le­ga e un ami­co. Si era lau­rea­ta a Tori­no in Eco­no­mia e ave­va col­to l’opportunità Oli­vet­ti, Divi­sio­ne Elet­tro­ni­ca. Si era siste­ma­ta a Mila­no ed era entu­sia­sta di que­sto lavo­ro, alme­no da come era comin­cia­to.

Ci sia­mo ritro­va­ti dopo un po’ quan­do io sono rien­tra­to a Mila­no, lei intan­to si era inna­mo­ra­ta di Lio­nel­lo Can­to­ni, che era spo­sa­to anche se in fase di tur­bo­len­za matri­mo­nia­le, cosa che la face­va sof­fri­re. Ci vede­va­mo tut­te le sere dopo il lavo­ro, anda­va­mo a cena Alla Bel­la Tosca­na e par­la­va­mo mol­to. Ogni tan­to lei pen­san­do al suo amo­re si com­muo­ve­va e le spun­ta­va­no i lacri­mo­ni, men­tre io cer­ca­vo di dire paro­le di con­for­to sen­za abban­do­na­re tut­ta­via il mio piat­to di spa­ghet­ti che la signo­ra Lina pre­pa­ra­va in modo super­bo. Que­sta sce­na si è ripe­tu­ta un paio di vol­te e mi ha fat­to odia­re dai pro­prie­ta­ri e dal­le loro due figlie per­ché pen­sa­va­no che io fos­si un cini­co, squal­li­do per­so­nag­gio, che men­tre la sua ragaz­za, bel­la bion­di­na, pian­ge­va d’amore arro­to­la­va con non­cu­ran­za for­chet­ta­te di spa­ghet­ti al pomo­do­ro con aria qua­si feli­ce. C’è volu­to del tem­po e varie spie­ga­zio­ni giu­ra­te del­la stes­sa Mari­sa per far capi­re loro che non ero quell’odioso per­so­nag­gio che si imma­gi­na­va­no, che lei non pian­ge­va per me e poi tut­ti quan­ti ci abbia­mo riso mol­to.

La dome­ni­ca anda­va­mo al cine­ma o a giro­va­ga­re per Mila­no, dopo, quan­do ho mes­so su casa, Mari­sa mi ha aiu­ta­to ad attrez­zar­la per viver­ci, par­la­va­mo mol­to e la nostra ami­ci­zia è cre­sciu­ta cono­scen­do­ci e aiu­tan­do­ci. Per for­tu­na sua e di Lio­nel­lo, dopo bre­ve tem­po la situa­zio­ne sen­ti­men­ta­le si è risol­ta, Lio­nel­lo si è sepa­ra­to uffi­cial­men­te e nei ter­mi­ni più for­ma­li (la sacra Rota), i due si sono potu­ti spo­sa­re e io sono sta­to feli­ce di fare da testi­mo­ne insie­me alla più cara ami­ca di Mari­sa a Mila­no, la Pao­la Pie­rac­ci­ni, moglie di Mario Unnia, figlia di un noto ban­chie­re di Arez­zo, una don­na mol­to intel­li­gen­te e sim­pa­ti­ca. Nei con­fron­ti di Mari­sa era mol­to pro­tet­ti­va.

Lei si era tra­sfe­ri­ta a casa di Lio­nel­lo in Via Vai­na, Por­ta Roma­na, che ave­va anche una bel­la ter­raz­za, sta­va­mo insie­me qua­si tut­te le dome­ni­che, Lio­nel­lo cuci­na­va mol­to bene e par­la­va spes­so del­la sua mae­stra culi­na­ria, la famo­sa zia Zelin­da. E si face­va­no i capo­dan­ni insie­me pri­ma a Mila­no e poi a Tori­no dove si era­no tra­sfe­ri­ti in stra­da­le Mon­gre­no quan­do Mari­sa pas­sò alla Oli­vet­ti di Ivrea e Lio­nel­lo lasciò l’azienda per diven­ta­re il respon­sa­bi­le infor­ma­ti­co del grup­po Fiat a Tori­no. I capo­dan­ni, una tra­di­zio­ne di tan­ti anni, era­no alle­gre sera­te ed il piat­to tra­di­zio­na­le di quel­le cene era rap­pre­sen­ta­to da pen­to­lo­ni di un otti­mo stu­fa­to. Ho cono­sciu­to i geni­to­ri di Mari­sa quan­do si sono tra­sfe­ri­ti a Bre­scia, il fra­tel­lo Bep­pe e la sim­pa­ti­ca sorel­la Anna, pri­ma anco­ra che par­tis­se per Lon­dra per stu­dia­re e tro­vò inve­ce mari­to. Ci si tro­va­va duran­te le esta­ti soprat­tut­to quan­do Lio­nel­lo e Mari­sa anda­va­no in Sici­lia in un bell’albergo a pic­co sul mare vici­no a Cefa­lù. Era un’amicizia la mia e di mia moglie Bea con Lio­nel­lo e Mari­sa che cer­ca­va tut­te le occa­sio­ni per il pia­ce­re di sta­re insie­me.

Mari­sa è sta­ta un mana­ger ecce­zio­na­le, che si è inven­ta­ta da sola, par­ten­do dal­la sua deter­mi­na­zio­ne, dal­la sua cor­ret­tez­za e dal­la sua infles­si­bi­li­tà. Lavo­ra­va mol­to, dava ascol­to a tut­ti, con­trol­la­va tut­to, pia­ni­fi­ca­va tut­to ed era infles­si­bi­le ver­so colo­ro che non rispet­ta­va­no i pia­ni, gli accor­di, le sca­den­ze di qual­sia­si gene­re. Ai tem­pi dell’Italtel si dis­se che si era avvi­ci­na­ta ai socia­li­sti data anche la sua ami­ci­zia con il mini­stro Gian­ni De Miche­lis (era il mini­stro del­le par­te­ci­pa­zio­ni sta­ta­li), ma colo­ro che la han­no segui­ta e che la han­no cono­sciu­ta san­no che lei non ha mai fat­to favo­ri che pote­va­no sca­val­ca­re il modo cor­ret­to di gesti­re l’azienda, non ha mai finan­zia­to qual­co­sa di men che nor­ma­le, non ha mai assun­to chi non ave­va meri­to e solo ami­ci­zie.

Alla Oli­vet­ti ha fat­to un lavo­ro ecce­zio­na­le, cer­ta­men­te soste­nu­ta e spin­ta da Otto­ri­no Bel­tra­mi, rea­liz­zan­do in cin­que anni cir­ca la tra­sfor­ma­zio­ne del­la azien­da dal­la mec­ca­ni­ca alla elet­tro­ni­ca, facen­do muo­ve­re il siste­ma epo­re­die­se len­to e restio, anco­ra­to a pri­vi­le­gi, abi­tu­di­ni e con­vin­zio­ni. Quan­do è arri­va­to Car­lo De Bene­det­ti al posto di Bel­tra­mi e con mag­gio­ri pote­ri per­ché era il mag­gio­re azio­ni­sta, fu mes­sa da par­te per esse­re sosti­tui­ta dal fra­tel­lo dell’ingegnere e cioè da Fran­co Debe­ne­det­ti. Qual­cu­no dis­se che era sta­ta una ope­ra­zio­ne clien­te­la­re, la col­lo­ca­zio­ne del fra­tel­lo, ma se così fos­se sta­to si potreb­be non cer­ta­men­te giu­sti­fi­ca­re, ma alme­no capi­re. In real­tà fu mol­to più gra­ve, fu un erro­re stra­te­gi­co dell’ingegnere, for­se per accon­ten­ta­re il siste­ma di Ivrea che non vede­va l’ora di far fuo­ri Mari­sa e for­se lo stes­so pre­si­den­te Visen­ti­ni sia per­ché lega­to a que­sto siste­ma di Ivrea (non era la pri­ma vol­ta che mani­fe­sta­va la sua posi­zio­ne) e sia per­ché vole­va libe­rar­si di tut­ti i retag­gi lega­ti a Otto­ri­no Bel­tra­mi che gli ave­va aggiu­sta­to l’azienda, ma che cer­ta­men­te non ave­va dimo­stra­to quel­la sot­to­mis­sio­ne che il pre­si­den­te avreb­be pre­fe­ri­to e cui era abi­tua­to.

Per far­la fuo­ri l’ingegnere la man­dò in Ame­ri­ca a capo del­la con­so­cia­ta ame­ri­ca­na e al suo rien­tro le die­de inca­ri­chi mar­gi­na­li che spin­se­ro Mari­sa a cer­ca­re alter­na­ti­ve e così avven­ne l’incontro con Ital­tel, una azien­da del grup­po Stet, con capa­ci­tà tec­ni­che di rilie­vo, mal cura­ta e gesti­ta, con tan­ti dipen­den­ti, mol­to sin­da­ca­liz­za­ta (al suo inter­no nac­que­ro i pri­mi nuclei del­le bri­ga­te ros­se). Mari­sa entrò come con­di­ret­to­re gene­ra­le ma diven­ne ben pre­sto ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to. Fu velo­ce a fare puli­zia, a ristrut­tu­ra­re, a inse­ri­re nuo­ve capa­ci­tà mana­ge­ria­li, a trat­ta­re diret­ta­men­te con l’azionista e con le par­te­ci­pa­zio­ni sta­ta­li, a ridi­se­gna­re i pia­ni stra­te­gi­ci, a rial­lac­cia­re rela­zio­ni inter­na­zio­na­li, a trat­ta­re con i sin­da­ca­ti con­clu­den­do accor­di di pace nell’interesse del­la azien­da, per­si­no a rida­re all’azienda una imma­gi­ne for­ma­le e un modo di comu­ni­ca­re.

Ad un cer­to pun­to del suo suc­ces­so rico­no­sciu­to, nel pae­se si par­lò di una fusio­ne tra Ital­tel e Telet­tra che nel frat­tem­po era sta­ta acqui­si­ta dal grup­po Fiat. Sareb­be nata una impre­sa (il nome già scel­to era Telit) impor­tan­te nel­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni, in un momen­to impor­tan­te, il pae­se avreb­be man­te­nu­to capa­ci­tà pro­dut­ti­ve, ricer­ca e auto­no­mia tec­no­lo­gi­ca. L’operazione non si fece per­ché fu man­da­ta a mon­te da Cesa­re Romi­ti, allo­ra ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to del grup­po Fiat, con la scu­sa uffi­cia­le che Mari­sa era con­no­ta­ta poli­ti­ca­men­te e lui non vole­va ave­re con­tat­ti con la poli­ti­ca (lui che ne ave­va tan­ti e ben più nasco­sti come del resto tut­ta la fami­glia Agnel­li che ha sem­pre con­di­zio­na­to la poli­ti­ca ita­lia­na). In real­tà Romi­ti non vole­va una don­na, vole­va un suo uomo e pen­sa­va di pie­ga­re le par­te­ci­pa­zio­ni sta­ta­li al suo vole­re come sem­pre era abi­tu­di­ne di Fiat, men­tre la cosa non si fece (De Miche­lis non ha volu­to tra­di­re un modo di com­por­tar­si di Mari­sa) facen­do per­de­re al pae­se una oppor­tu­ni­tà, cosa che non biso­gne­reb­be mai dimen­ti­ca­re quan­do si par­la del siste­ma indu­stria­le del pae­se e di cer­te respon­sa­bi­li­tà. Mari­sa avreb­be fat­to un lavo­ro ecce­zio­na­le, un gran­de pec­ca­to incon­tra­re sul­la stra­da uomi­ni pic­co­li.

Mari­sa era mol­to cor­ret­ta e infles­si­bi­le sul lavo­ro, ma mol­to dol­ce con gli ami­ci al di fuo­ri del lavo­ro e soprat­tut­to con Lio­nel­lo che in par­ti­co­la­re negli ulti­mi anni era mol­to soste­nu­to da lei e que­sto face­va Mari­sa con il suo carat­te­re for­te mal­gra­do la lun­ga e peno­sa malat­tia, che comun­que non la ha mai vista fer­mar­si, ha sem­pre lot­ta­to come un leo­ne e si è arre­sa quan­do ormai non ave­va più le for­ze per poter­lo fare.

Quan­do negli ulti­mi anni duran­te la set­ti­ma­na lei era sola a Mila­no per­ché Lio­nel­lo era nel­la loro bel­la casa di Tori­no, lei abi­ta­va in un resi­den­ce di Via Pan­ta­no, anda­va a cena dai Mat­teo­ni con Dario e Alber­to che la coc­co­la­va­no e la segui­va­no con affet­to e con straor­di­na­ria cura. Lei man­gia­va le soli­te cose e maga­ri chiu­de­va la cena con un pic­co­lo sor­so di vod­ka gela­ta. Ci vede­va­mo per par­la­re e io anda­vo a far­le com­pa­gnia.

Con me Mari­sa è sta­ta una ami­ca affet­tuo­sa, gene­ro­sa, dispo­ni­bi­le, indi­men­ti­ca­bi­le, anco­ra oggi anche se sono pas­sa­ti tan­ti anni da quel lon­ta­no 1988 quan­do se ne è anda­ta, a me pare che sia sem­pre accan­to a me, ormai so che è una ami­ci­zia che non riu­sci­rà mai fini­re.