Taylorismo ed il pensiero di Adriano Olivetti

10940527_10204359142052094_5662346545352180889_nAdriano, già nel 1926, aveva respinto il sistema Bedaux che, sfruttando il bisogno di denaro e, a volte, la competitività o anche solo l’egoismo dell’operaio, Io spingeva ad esaurire le sue forze e a danneggiare la sua salute. Se, per essere competitivi sui mercati, era necessario riorganizzare le linee di montaggio secondo i principi del taylorismo, Adriano si preoccupò di modificare, di umanizzare sostanzialmente il sistema, di limitare l’incentivazione del cottimo, di introdurre correttivi come le pause, “l’effetto stancante” e l’appiattimento delle curve oltre certe percentuali di rendimento.

A che poteva servire incentivare una produzione copiosa, ma non ben curata? Di che utilità poteva essere sfinire gli operai privandoli di quei momenti di rilassamento che consentivano loro di ricuperare le energie nell’arco stesso della giornata lavorativa?

L’Ingegnere, giunto tardi alla filosofia, accennando ai “presocratici”, ricordava che la radice delle cose non sta nell’acqua, nel fuoco o nel tempo, ma nel rapporto armonico che li unisce: Un uovo, un seme – soleva dire – per schiudere, per germinare ha bisogno di una certa umidità, di un ceno grado di calore, di un certo tempo. Guai a fare violenza ai ritmi naturali!”

Se non c’è armonia di ritmi nella fabbrica, come si può pretendere che essa sia il lievito, la leva, il centro di aggregazione delle energie sociali, lo strumento di pressione politica, culturale ed economica per sviluppare armonicamente il mondo in cui è inserita: dalla scuola all’agricoltura, al commercio, all’urbanistica?

Mario Caglieris, nel già citato “Olivetti, addio”, accenna a tal proposito, a una diffusa “religione di fabbrica”. E un concetto che, a mio giudizio, si può forse far risalire alla componente calvinista di Camillo e di Adriano. Ancor prima che Calvino scorgesse nel successo commerciale, negli affari un segno di predestinazione, della volontà divina di salvare quell’eletto, Lutero aveva asserito di preferire il gesto del trebbiatore ad un certosino che canta i salmi, e raccomandava di pregare Dio con un lavoro quotidiano, fatto con scrupolo, con competenza, onestà e dedizione.

E inutile consumarsi le labbra a cantare lodi al Creatore: lui sa già di essere buono, giusto, infinito, eterno; ciò che vuole da noi è che lo aiutiamo a compiere l’opera della creazione migliorando le cose, imprimendo alla materia amorfa e sulla comunità l’impronta dell’intelligenza che Egli ci ha dato.

Caglieris continua: «ci siamo posti umilmente al servizio di quella religione…» e ravvisa il suo “credo” in queste parole di Adriano; .”Noi abbiamo consapevolezza di un comune destino tra l’organismo produttivo, la fabbrica, e gli uomini che gravitano attorno ad essa e delle conseguenze che se ne debbono trarre per conservare e potenziare i valori fondamentali della persona umana e quell’insieme di conquiste spirituali, culturali e sociali, cui diamo il nome di sviluppo civile”.

Un’altra preoccupazione di Adriano era che il richiamo della sua industria finisse per sottrarre troppe braccia ai campi, all’agricoltura di montagna, favorendone Io spopolamento, l’abbandono; che le nuove leve fossero attratte dai divertimenti, dalle seduzioni cittadine, più che dai maggiori stimoli culturali.