Una mattinata a Ivrea con Bruno Lamborghini, memoria viva della Olivetti.

trat­to da www.informazionesenzafiltro.it

di Ste­fa­nia Zolott

Andia­mo, andia­mo lì al bal­co­ne di Vil­la Casa­na che la vista dall’alto la può aiu­ta­re a capi­re meglio chi era Adria­no Oli­vet­ti. Io lo chia­ma­vo il bal­co­ne del “padro­ne del­le fer­rie­re” per­ché da qui ci si pote­va affac­cia­re e domi­na­re tut­te le fab­bri­che, ma Adria­no cer­ta­men­te non è mai sta­to un padro­ne del­le fer­rie­re. Li vede? Sono tut­ti edi­fi­ci pen­sa­ti da lui, ori­gi­na­li, pie­ni anni ’50. Quel­lo di fron­te a noi è uno dei famo­si cen­tri di ricer­ca, ora in ristrut­tu­ra­zio­ne. Sono la testi­mo­nian­za più pura dell’architettura oli­vet­tia­na, così come la carat­te­ri­sti­ca degli uffi­ci fat­ti tut­ti a vetra­te per­ché era pro­fon­da­men­te con­vin­to che chi lavo­ra­va potes­se guar­da­re all’esterno. Ora quell’edificio è la sede di Voda­fo­ne, ci sono cir­ca tre­mi­la per­so­ne”.

Tut­ta que­sta spin­ta di Oli­vet­ti ver­so l’architettura avrà avu­to una ragio­ne.

Per Adria­no l’architettura del­la fab­bri­ca e del­la cit­tà era l’ambiente in cui le per­so­ne pote­va­no vive­re, ope­ra­re, incon­trar­si e cono­scer­si, insom­ma espri­me­re se stes­se. Ma deve domi­na­re la bel­lez­za per­ché il bel­lo aiu­ta a fare meglio e vive­re megliio. Anche la mag­gior par­te degli edi­fi­ci dei dipen­den­ti era sta­to pro­get­ta­to dall’Ufficio tec­ni­co del­la Oli­vet­ti. Guar­di, là c’è il com­ples­so che veni­va chia­ma­to Tal­po­nia per­ché le case sta­va­no sot­to il livel­lo del­la stra­da, impat­to zero da fuo­ri”.

Sia­mo appe­na entra­ti nel via­le che arri­va alla vil­la, sede dell’Archivio Sto­ri­co Oli­vet­ti. Una vil­la di nobi­li pie­mon­te­si che nel ’50 Oli­vet­ti com­prò per far­ci il suo uffi­cio di pre­si­den­za. “Era nato a Ivrea ma la sua fami­glia veni­va da Biel­la, una fami­glia ebrai­ca e una mam­ma val­de­se; l’aspetto curio­so è che lui, a un cer­to pun­to del­la sua vita, si con­ver­tì for­te­men­te al cat­to­li­ce­si­mo”. Men­tre attra­ver­sia­mo il par­co, Bru­no Lam­bor­ghi­ni mi rac­con­ta quan­to la pre­si­den­za dell’Archivio per 15 anni lo abbia fat­to suda­re per la manu­ten­zio­ne del­la vil­la e del ver­de. “Del resto le cose bel­le han­no biso­gno di più cure. Vil­la Casa­na ven­ne dedi­ca­ta all’Archivio Oli­vet­ti a metà degli anni ’80. ma fu nel ’97 che, da mem­bro del CdA del­la Oli­vet­ti, pro­po­si di costi­tui­re qui un’associazione che potes­se auto­so­ste­ner­si. Da quel momen­to non l’ho più lascia­ta per 15 anni. Alla Asso­cia­zio­ne par­te­ci­pa­ro­no la Com­pa­gnia di San Pao­lo, la Pro­vin­cia di Tori­no, il Comu­ne di Ivrea, il Poli­tec­ni­co di Tori­no e soprat­tut­to la Fon­da­zio­ne Adria­no Oli­vet­ti gui­da­ta dal­la figlia di Adria­no, Lau­ra”.

Ma fino a quel momen­to non c’era sta­ta atten­zio­ne ver­so que­sto pro­get­to?

Dicia­mo di sì in par­ti­co­la­re nel­la secon­da metà degli anni ’80 da par­te del­la Pre­si­den­za di Car­lo De Bene­det­ti, però nel ’96-’97 la situa­zio­ne azien­da­le ha avu­to un net­to peg­gio­ra­men­to. Que­sto archi­vio nasce da lì, oggi lo sostie­ne Oli­vet­ti-TIM, che ne trae di cer­to anche un bene­fi­cio di imma­gi­ne. Il Pre­si­den­te dell’Associazione è il capo del­le rela­zio­ni ester­ne di Oli­vet­ti, Gae­ta­no Di Ton­do che, oltre a valo­riz­za­re l’Archivio  inter­na­men­te, ci orga­niz­za anche even­ti e appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li che attrag­go­no pub­bli­co”.

Pri­ma di arri­va­re, giria­mo un po’ per Ivrea a bor­do del­la sua uti­li­ta­ria cele­ste, ho sem­pre misu­ra­to la gran­dez­za del­le per­so­ne anche dal valo­re rela­ti­vo che dan­no alle cose. Ha insi­sti­to per venir­mi a pren­de­re di per­so­na in sta­zio­ne, uno di quei galan­tuo­mi­ni che ti apro­no anco­ra la portiera.“Nel ’99 ci fu l’operazione per acqui­sta­re Tele­com, io ero nel Con­si­glio di Ammi­ni­stra­zio­ne, poi le cose si sono inver­ti­te e l’ultima Oli­vet­ti, quel­la in cui ho fat­to poi da Pre­si­den­te, è diven­ta­ta lei stes­sa par­te di Tele­com. Cer­to la Oli­vet­ti con­ti­nua ad esi­ste­re come media azien­da ed è par­te inno­va­ti­va di TIM. For­se Adria­no Oli­vet­ti non avreb­be volu­to crea­re un archi­vio sto­ri­co azien­da­le per­ché era rivol­to a pro­get­ta­re il futu­ro, non pen­sa­va mai trop­po al pas­sa­to”.

Mi dice subi­to che la stra­da sot­to di noi si chia­ma Via Jer­vis ed è lì che anco­ra oggi resta­no le trac­ce di una gran­de sto­ria indu­stria­le che dagli anni ’50 ha visto l’impronta di Adria­no Oli­vet­ti, la sua sto­ria, valo­ri ed ere­di­tà pur­trop­po in par­te tra­di­te. Wil­li Jer­vis era il nome di un inge­gne­re oli­vet­tia­no, cri­stia­no val­de­se e for­te­men­te anti­na­zi­sta, che nell’agosto del ’44 ven­ne fuci­la­to dai nazi­sti e tro­va­to con una bib­bia accan­to sul cui retro lasciò un ulti­mo mes­sag­gio d’amore scrit­to con la pun­ta di uno spil­lo.

Bru­no Lam­bor­ghi­ni ha pas­sa­to tan­ti anni den­tro la sto­ria indu­stria­le dell’Italia e del mon­do – mosca bian­ca tra mana­ger spes­so igna­vi – che mi ver­go­gno un po’ a striz­zar­lo den­tro i tito­li. Per decen­ni den­tro il Grup­po Oli­vet­ti da chief eco­no­mi­st, mana­ger e ammi­ni­stra­to­re, cofon­da­to­re e Pre­si­den­te dal 1998 al 2013 dell’Associazione Archi­vio Sto­ri­co Oli­vet­ti, Fon­da­to­re e Pre­si­den­te dell’EITO (Euro­pean Infor­ma­tion Tech­no­lo­gy Obser­va­to­ry) a Fran­co­for­te-Ber­li­no, a lun­go Pre­si­den­te di AICA (Asso­cia­zio­ne ita­lia­na per l’informatica e il cal­co­lo auto­ma­ti­co), docen­te di tec­no­lo­gie infor­ma­ti­che e di eco­no­mia azien­da­le all’Università Cat­to­li­ca di Mila­no dal 1993, Pre­si­den­te del BIAC (Busi­ness Indu­stry Advi­so­ry Coun­cil) dell’OCSE a Pari­gi e di Euro­bit a Fran­co­for­te, pedi­na cru­cia­le a Bru­xel­les per con­to del­la Oli­vet­ti pres­so la Com­mis­sio­ne Euro­pea dove ha col­la­bo­ra­to negli anni ’90 alla reda­zio­ne del Rap­por­to Ban­ge­mann sul­la Socie­tà dell’Informazione in Euro­pa. Di que­sti tem­pi mi pia­ce rac­con­tar­lo soprat­tut­to come eco­no­mi­sta indu­stria­le che con­ti­nua anco­ra oggi a occu­par­si di inno­va­zio­ne e orga­niz­za­zio­ne d’impresa sem­pre con un inte­res­se puro ver­so l’evoluzione dell’ICT e dell’economia digi­ta­le. La sua spin­ta ver­so i valo­ri oli­vet­tia­ni dell’impresa respon­sa­bi­le è anco­ra for­tis­si­ma.

Io Adria­no pur­trop­po non l’ho potu­to cono­sce­re, sono entra­to in Oli­vet­ti negli anni ’60 ma ho vis­su­to in pie­no tut­ta la sua ere­di­tà, la sto­ria, ciò che ha lascia­to. L’ho segui­ta anche da ammi­ni­stra­to­re fino al 2010 in tut­ta la para­bo­la che poi ha por­ta­to a  Tele­com. Lì vede anche una sede dell’Università, lì anco­ra altri uffi­ci e lag­giù in fon­do, se guar­da bene, c’è un edi­fi­cio che dà sul blu: ecco, lì sono nati i pro­get­ti più bel­li del­la Oli­vet­ti. Quel­la Casa Blu a bre­ve tor­ne­rà ad esse­re la sede dell’ultima Oli­vet­ti, per for­tu­na c’è anco­ra mol­to fer­men­to in que­sta par­te di Ivrea anche per­ché non c’è cosa più tri­ste del­le fab­bri­che vuo­te e dei capan­no­ni abban­do­na­ti. Oggi Oli­vet­ti con­ta cir­ca 500 per­so­ne ed è un brac­cio ope­ra­ti­vo di Tim, cer­ta­men­te non sono i 70mila dipen­den­ti in giro per il mon­do che si con­ta­va­no nel suo mas­si­mo, negli anni ’70. Ivrea era una cit­tà che già a quel tem­po face­va 25mila abi­tan­ti ma chi lavo­ra­va in Oli­vet­ti veni­va anche da fuo­ri, come me che veni­vo da Bolo­gna.

Il suo cogno­me in effet­ti la tra­di­sce.

Mio padre era un cugi­no di Fer­ruc­cio Lam­bor­ghi­ni e pur­trop­po ci ha lascia­to trop­po pre­sto. Con­tri­buì con Fer­ruc­cio negli anni ’50 a fab­bri­ca­re  i pri­mi trat­to­ri, le auto sono arri­va­te dopo quan­do mio padre non c’era già più. Fer­ruc­cio, me lo ricor­do anche se ero un bam­bi­no, era un uomo pie­no di idee, un genio dei moto­ri. I sol­di li ha fat­ti coi trat­to­ri, mai con le auto. Per for­tu­na poi è arri­va­ta Audi-Volk­swa­gen che ha rivi­ta­liz­za­to l’azienda. Come eco­no­mi­sta, sono sem­pre favo­re­vo­le a cer­te ope­ra­zio­ni quan­do dall’estero non ven­go­no a com­pra­re solo un mar­chio ma a valo­riz­za­re un mar­chio. Al con­tra­rio, ci sono tan­ti  impren­di­to­ri ita­lia­ni che van­no a delo­ca­liz­za­re all’estero. In real­tà, non biso­gna con­cen­trar­si sul costo del lavo­ro ma dare un sen­so alle com­pe­ten­ze; come san­no fare in Emi­lia. L’Italia è pie­na di com­pe­ten­ze che stia­mo rischian­do di per­de­re e non sap­pia­mo for­mar­ne di nuo­ve.

Oli­vet­ti madre come Fiat?

Qui tut­ti ci lavo­ra­va­no, non c’era fami­glia che non aves­se alme­no una per­so­na den­tro la Oli­vet­ti e non mi rife­ri­sco solo a gen­te di Ivrea ma dell’intero Cana­ve­se. Sul­la gran­de cri­si di Oli­vet­ti del ’96 mol­ti attri­bui­sco­no la col­pa a Car­lo De Bene­det­ti: io ho lavo­ra­to dav­ve­ro a lun­go con lui e non pos­so non rico­no­scer­gli di esse­re sta­to un uomo di indu­stria oltre­ché sul pia­no finan­zia­rio così come gli attri­bui­sco di aver fat­to erro­ri. Però negli anni ’90 si trat­tò soprat­tut­to di una cri­si gene­ra­le dell’informatica, la stes­sa IBM ci cad­de den­tro anche se poi si è ripre­sa. La tec­no­lo­gia infor­ma­ti­ca pri­ma e il digi­ta­le poi sono sta­ti e sono tut­to­ra una vera rivo­lu­zio­ne a cui noi ita­lia­ni non sia­mo  pre­pa­ra­ti. Io mi sono occu­pa­to a lun­go di Inter­net e del­la rivo­lu­zio­ne del­la tele­fo­nia cel­lu­la­re sin dai pri­mi anni ’90 e a vol­te mi fa sor­ri­de­re il fat­to che giro anco­ra l’Italia per par­la­re di tut­to que­sto alle impre­se e alle busi­ness school. L’Italia è indie­tro per­ché la scuo­la non ha capi­to il peso di que­sta tra­sfor­ma­zio­ne e con­ti­nuia­mo a pagar­ne le con­se­guen­ze. Non par­lia­mo del­le Uni­ver­si­tà, ho inse­gna­to a lun­go in Cat­to­li­ca a Mila­no cer­can­do con fati­ca di avvi­ci­na­re scuo­la e lavo­ro. Con gli allie­vi e col­la­bo­ra­to­ri ogni anno scri­ve­va­mo un libro che ci pub­bli­ca­va Fran­co Ange­li che tra l’altro è sta­to il mio pri­mo dato­re di lavo­ro quan­do negli anni ’60, appe­na lau­rea­to, andai a Mila­no per fare il gior­na­li­sta e mi affi­da­ro­no la reda­zio­ne di un paio di rivi­ste su ven­di­ta, mar­ke­ting e pub­bli­ci­tà.

Quin­di ha fat­to anche il gior­na­li­sta pri­ma di sta­re per una vita den­tro le azien­de.

Fran­co Ange­li mi inse­gnò un mestie­re che è la scrit­tu­ra e non l’ho più lascia­to, con loro impa­rai tut­to. Mi man­da­va­no in aereo a Roma a fare inter­vi­ste a pre­si­den­ti e ammi­ni­stra­to­ri dele­ga­ti, par­ti­vo con la mia mac­chi­na foto­gra­fi­ca e quan­do tor­na­vo in sede face­va­mo i cli­ché del­le imma­gi­ni, mi spor­ca­vo le mani, mi inse­gna­ro­no a rac­con­ta­re sto­rie. Una vol­ta mi spe­di­ro­no a Geno­va per una set­ti­ma­na a capi­re come veni­va­no posi­zio­na­ti nei nego­zi i pro­dot­ti del­la Zuegg e ci pas­sai gior­ni dal­la mat­ti­na alla sera. Oggi il gior­na­li­smo è un copia incol­la quan­do va bene, che pec­ca­to.

Come è arri­va­to in Oli­vet­ti?

Ave­vo fat­to un paio di col­lo­qui in Fiat, ma non mi ispi­ra­va pro­prio. Ave­vo cono­sciu­to la mia futu­ra moglie in Fran­cia, a Gre­no­ble; lei era di Tori­no. Quan­do rice­vet­ti un’offerta da Oli­vet­ti inve­ce non esi­tai a sce­glie­re quel­la stra­da.

Quin­di nel pie­no del boom del­la Fiat, lei rifiu­tò l’offerta.

Non c’era con­fron­to tra le due real­tà, era­no impa­ra­go­na­bi­li sot­to ogni pun­to di vista. Fu così anco­ra per mol­ti anni dopo la mor­te di Oli­vet­ti, avve­nu­ta improv­vi­sa­men­te nel 1960 duran­te il perio­do del car­ne­va­le di Ivrea, la cit­tà inter­rup­pe le cele­bra­zio­ni e la noti­zia lasciò di ghiac­cio tut­ta la popo­la­zio­ne. Era in tre­no in Sviz­ze­ra quan­do un infar­to spez­zò una para­bo­la inte­ra non solo per­so­na­le ma, secon­do me, nazio­na­le e for­se inter­na­zio­na­le per quan­ta spin­ta c’era nei suoi pro­get­ti rivo­lu­zio­na­ri.

Cosa accad­de dav­ve­ro dopo la sua mor­te?

L’erede fu il figlio Rober­to, una otti­ma per­so­na, aper­ta all’innovazione tec­no­lo­gi­ca, ma cer­to mol­to diver­so dal padre. A quel pun­to entrò in sce­na il regi­sta dell’Italia di qugli anni, cioè il ban­chie­re Cuc­cia che con la sua Medio­ban­ca deci­se di pren­de­re il con­trol­lo del­la situa­zio­ne nomi­nan­do un grup­po di inter­ven­to in cui domi­na­va­no lui e Val­let­ta, Medio­ban­ca da un lato e Fiat dall’altra. Cuc­cia mise alla Pre­sdien­za Bru­no Visen­ti­ni, un gran­de fisca­li­sta, poi mini­stro, che però cono­sce­va poco la gestio­ne di un’impresa indu­stria­le come quel­la. Ini­ziò lì la para­bo­la di Oli­vet­ti in mano ad azio­ni­sti e mana­ger che guar­da­va­no ai nume­ri e poco alle per­so­ne, una Oli­vet­ti che ini­ziò a cede­re a pres­sio­ni ester­ne, a cede­re agli ame­ri­ca­ni la divi­sio­ne elet­tro­ni­ca e il gran­de com­pu­ter ita­lia­no, Elea 9003. Non solo gli ame­ri­ca­ni vede­va­no come fumo negli occhi que­sta azien­da – una Oli­vet­ti dava  fasti­dio alla IBM oltreo­cea­no – ma ancor più la Fiat che a meno di cin­quan­ta chi­lo­me­tri gesti­va la cul­tu­ra del lavo­ro e del­le per­so­ne in manie­ra total­men­te diver­sa. Non si rac­con­ta mai abba­stan­za quan­to la Fiat spin­se per affos­sa­re la Oli­vet­ti.

Fiat e Oli­vet­ti, gab­bia e liber­tà.

Pro­prio così: liber­tà è la paro­la che defi­ni­sce la filo­so­fia impren­di­to­ria­le di Adria­no. Se guar­do oggi il mio cur­ri­cu­lum appa­re evi­den­te che, se da un lato ho rico­per­to così tan­ti ruo­li azien­da­li, di fat­to ho anche potu­to svol­ge­re con­tem­po­ra­nea­men­te mol­te atti­vi­tà ester­ne in Ita­lia e all’estero: que­sta è liber­tà. La Fiat è sta­ta sem­pre una orga­niz­za­zio­ne gerar­chi­ca di tipo mili­ta­re, un posto di lavo­ro fat­to di ese­cu­zio­ne e con­trol­lo. Non se ne stu­pi­sca trop­po che sia diven­ta­to un model­lo per i tori­ne­si che fon­da­men­tal­men­te si ritro­va­va­no a pro­prio agio den­tro una gestio­ne come quel­la, l’appartenere a un ente che pote­va gui­dar­li e non dover­si sfor­za­re di espri­me­re se stes­si.

Ivrea è sta­ta capa­ce di trat­te­ne­re uno spi­ri­to tan­to alto?

In linea di prin­ci­pio direi di sì per­ché lo sfor­zo gran­de di Adria­no è sta­to far capi­re alle per­so­ne quan­to loro stes­se fos­se­ro cen­tra­li non solo in fab­bri­ca ma anche nel ter­ri­to­rio, nei pro­pri pae­si e nel­le pro­prie radi­ci. Se lei faces­se un giro nei pae­si qui intor­no sco­pri­reb­be che esi­sto­no ovun­que Biblio­te­che oli­vet­tia­ne. La biblio­te­ca era per lui fab­bri­ca del­la cul­tu­ra e veni­va pri­ma del­la fab­bri­ca del pro­dot­to. Una set­ti­ma­na pri­ma di mori­re, in un’intervista per la Rai, Oli­vet­ti accom­pa­gnò il gior­na­li­sta a vede­re la biblio­te­ca di fab­bri­ca in Via Jer­vis di fron­te alla fab­bri­ca dicen­do­gli che sen­za quel luo­go non ci sareb­be sta­ta alcu­na pro­du­zio­ne. Le per­so­ne era­no pro­ta­go­ni­ste in quel­la che lui chia­ma­va la comu­ni­tà con­cre­ta. E que­sto spi­ri­to lo si può anco­ra ritro­va­re.

Come ope­ra­va Adria­no Oli­vet­ti?

Adria­no assu­me­va diret­ta­men­te le per­so­ne, ci par­la­va, le ascol­ta­va, le face­va alza­re per vede­re la postu­ra, stu­dia­va la loro gra­fia. Di con­tro ave­va un carat­te­re intro­ver­so e timi­do. Di recen­te è usci­to un libro di Furio Colom­bo, bel­lis­si­mo, che rac­con­ta la sua vita e il suo modo di fare, si era­no a lun­go cono­sciu­ti. Una vol­ta lo con­vo­cò qui a Ivrea alle 6 di mat­ti­na, si imma­gi­ni lo spae­sa­men­to ini­zia­le di un gior­na­li­sta roma­no. Quan­do gli chie­se a che ora si alzas­se, Adria­no rispo­se “quat­tro, quat­tro e mez­zo”. “E cosa fa fino a che la cit­tà e la fab­bri­ca non si met­te in moto?”. “Pen­so e pro­get­to”. La sua ricer­ca con­ti­nua era il dopo, il poter evol­ve­re, il ren­de­re pos­si­bi­le un’idea. Era un uto­pi­sta vero, puro, con­cre­to, neces­sa­rio all’Italia.

Che rap­por­to ave­va Oli­vet­ti coi suoi dipen­den­ti?

Mas­si­mo rispet­to e mas­si­ma liber­tà nel fare le cose. Non so se cono­sce il famo­so caso di Cap­pel­la­ro, un ope­ra­io sem­pli­ce che un gior­no fu fer­ma­to dal­le guar­die all’uscita con un bor­so­ne pie­no di pez­zi di fer­ro. Lo incol­pa­ro­no di aver ruba­to pez­zi dal­la pro­du­zio­ne e all’ufficio del per­so­na­le deci­se­ro che in quei casi non ci fos­se altra via che il licen­zia­men­to. Quan­do ne par­la­ro­no con Adria­no lui vol­le subi­to cono­scer­lo e quan­do chie­se a Cap­pel­la­ro per­ché aves­se quel bor­so­ne pie­no, gli rispo­se che a casa ci pas­sa­va not­ti inte­re a pro­get­ta­re e rea­liz­za­re un ogget­to inno­va­ti­vo per l’azienda. Oli­vet­ti lo fece pri­ma capo repar­to e poi diret­to­re tec­ni­co. Fu una vera for­tu­na per­ché Cap­pel­la­ro avreb­be dato vita alla famo­sa Divi­sum­ma, la pri­ma mac­chi­na cal­co­la­tri­ce scri­ven­te nel mon­do: uti­li paz­ze­schi con un mar­gi­ne lor­do dell’85% per­ché di fat­to era fer­ro tra­sfor­ma­to in idea.

Soli­ta­men­te si dice sia­no sta­te la mec­ca­ni­ca e l’elettronica a spac­ca­re la Oli­vet­ti.

Adria­no come suo padre Camil­lo ope­ra­va nel­la mec­ca­ni­ca ma cre­de­va nell’elettronica. Pochi san­no che ave­va inve­sti­to in un pic­co­lo labo­ra­to­rio in Ame­ri­ca e poi a Pisa. Tut­to è nato a Pisa dove alla fine degli anni ’40 si sta­va lavo­ran­do alla cal­co­la­tri­ce elet­tro­ni­ca pisa­na, la famo­sa Cep che anco­ra oggi, ogni tan­to, vie­ne ricor­da­ta. Capì subi­to che in quel cam­po c’era del futu­ro, com­prò una vil­la vici­no Pisa e ci mise den­tro un team di tec­ni­ci e inge­gne­ri per lavo­ra­re ad un  pro­get­to che fu tra­sfe­ri­to non ad Ivrea ma in Lom­bar­dia, a Bor­go Lom­bar­do. Ebbe l’intelligenza di capi­re che mec­ca­ni­ca e elet­tro­ni­ca si sareb­be­ro con­giun­te anche se gli inge­gne­ri mec­ca­ni­ci di Ivrea guar­da­va­no con immen­sa dif­fi­den­za a tut­to quan­to fos­se diver­so da loro. Nel ’64  la Dvi­sio­ne elet­tro­ni­ca fu cedu­ta e Pier Gior­gio Perot­to, inge­gne­re infor­ma­ti­co, che ven­ne a Ivrea per far nasce­re quel­la che diven­tò la Pro­gram­ma 101 (ndr, la cosi­det­ta Perot­ti­na dal nome del suo inven­to­re), il pri­mo desk­top com­pu­ter famo­so in tut­to il mon­do. Dopo la mor­te di Adria­no si rive­lò den­tro alla fab­bri­ca tut­ta la resi­sten­za dei mec­ca­ni­ci ver­so l’elettronica ma fu lo stes­so Capel­la­ro, inven­to­re appun­to del­la Divi­sam­mo mec­ca­ni­ca, a capi­re che il futu­ro sareb­be sta­to elet­tro­ni­co.

Non resi­sto. Più la ascol­to più ho nel­le orec­chie tut­te le vol­te in cui Uni­ver­si­tà e busi­ness school si riem­pio­no la boc­ca par­lan­do di Oli­vet­ti pur non incar­nan­do nul­la del suo pen­sie­ro e del suo agi­re.

Non lo dica a me. Le Uni­ver­si­tà sono spes­so la dimo­stra­zio­ne del­lo scol­la­men­to tra cono­scen­za e mon­do del lavo­ro. Quan­do mi invi­ta­no a par­la­re, ricor­do sem­pre che in pro­spet­ti­va le Uni­ver­si­tà rischia­no di non ave­re più clien­ti non sol­tan­to per­ché la demo­gra­fia crol­la ma per­ché il loro esse­re lon­ta­ni dal­la real­tà non può che allon­ta­na­re i gio­va­ni. Ci sono docen­ti che non han­no mai visto un’impresa e par­la­no di mana­ge­ment, ecco cos’è oggi l’Italia di tan­te uni­ver­si­tà, per for­tu­na ve ne sono altre diver­se. In Cat­to­li­ca, da docen­te pro­ve­nien­te dall’industria, ho avu­to l’opportunità di segui­re un cen­ti­na­io di tesi; i col­le­ghi dice­va­no agli stu­den­ti “anda­te da Lam­bor­ghi­ni” per toglier­si il peso di dover segui­re ricer­che col­le­ga­te al mon­do del lavo­ro. Ero visto come un mar­zia­no. Anche le varie Con­fin­du­strie sono spes­so fuo­ri dal mon­do del­le impre­se e in par­ti­co­la­re fuo­ri dal mon­do inter­na­zio­na­le.

Cosa è suc­ces­so dav­ve­ro con l’arrivo di De Bene­det­ti?

L’arrivo di De Bene­det­ti in Oli­vet­ti nel 1978 è sta­to la sal­vez­za di Oli­vet­ti che sta­va fal­len­do e lui è sta­to il lea­der di Oli­vet­ti alme­no fino alla fine degli anni ’80. Nono­stan­te que­sto, De Bene­det­ti non è sta­to ama­to a Ivrea per­ché non era Adria­no Oli­vet­ti. De Bene­det­ti non si sen­ti­va Adria­no Oli­vet­ti. Si vede­va com­ple­ta­men­te diver­so da lui, io ho viag­gia­to tan­to con lui per­ché ave­vo l’ufficio a Bru­xel­les, mi occu­pa­vo dei rap­por­ti con la Comu­ni­tà Euro­pea e ave­vo anche la pre­si­den­za dell’eurobet (Fede­ra­zio­ne del­le asso­cia­zio­ni indu­stria­li dell’ICT) a Fran­co­for­te e in più col­la­bo­ra­vo con lui nel­la Euro­pean Round table of Indu­stria­lists di Pari­gi. Insie­me abbia­mo col­la­bo­ra­to volen­tie­ri per­ché rico­no­sce­va quan­to face­vo. Ha gran­de capa­ci­tà di ana­li­si del­le azien­de e dei bilan­ci. Spes­so è sta­to giu­di­ca­to male per gli erro­ri com­mes­si tal­vol­ta anche nei con­fron­ti di alcu­ne per­so­ne.

Ricor­do che qual­che anno fa mi chie­se “Cosa pen­sa­no di me a Ivrea, in azien­da, in fab­bri­ca?”.

Io pro­vai a rispon­de­re così. “Ha pre­sen­te le meda­glie? Han­no due fac­ce: una è la fac­cia buo­na che per lei ini­zia nel 1978 e sem­bra con­clu­der­si nel 1987 dopo il suo ritor­no da Bru­xel­les, dopo aver per­so con la Socie­tè de Bel­gi­que la con­qui­sta dell’Europa e dopo la fine dell’accordo con ATT in cui deci­se di non ven­de­re Oli­vet­ti agli ame­ri­ca­ni” Que­sta è una deci­sio­ne poco nota all’Italia ma che ono­ra De Bene­det­ti rispet­to ad altri impren­di­to­ri ita­lia­ni. “Poi c’è l’altra fac­cia, quel­la nega­ti­va, che si con­clu­de col ter­ri­bi­le 1996 e con l’entrata di Cola­nin­no e l’opinione cor­ren­te che De Bene­det­ti abbia fat­to fini­re Oli­vet­ti”. Lui a quel pun­to mi chie­se: “Come pos­so fare a rac­con­ta­re alme­no la par­te bel­la di tut­to ciò che ho fat­to?”. Gli rispo­si di far scri­ve­re un libro. Nac­que da lì il bel lavo­ro di Pao­lo Bric­co, La Oli­vet­ti dell’Ingegnere che rac­con­ta la sto­ria in base a tut­ta la docu­men­ta­zio­ne pri­va­ta che De Bene­det­ti gli ha mes­so a dispo­si­zio­ne con gran­de aper­tu­ra e sen­za con­di­zio­ni, cosa che tan­ti altri impren­di­to­ri non avreb­be­ro mai fat­to. Il libro ha avu­to gran­de suc­ces­so e pen­si che è sta­to ven­du­to per­si­no a Tori­no, cit­tà Fiat.

Qua­le fu allo­ra il vero limi­te del­la Oli­vet­ti?

Il pro­ble­ma del­la sto­ria di Oli­vet­ti è un pro­ble­ma di lea­der­ship, come tan­te altre azien­de. Dopo la mor­te di Adria­no, vero lea­der, non ce ne furo­no più: arri­va­ro­no solo azio­ni­sti e mana­ger. Quan­do arri­vò De Bene­det­ti, lui ave­va tut­te le car­te per esser­lo e infat­ti glie­lo rico­nob­be­ro da subi­to ma la lea­der­ship è una dote deli­ca­ta e quan­do vie­ne a ridur­si e a per­der­si per mil­le fat­to­ri natu­ra­li, inter­ni o ester­ni, si fini­sce per per­de­re la sti­ma degli altri e anche di se stes­si col gran­de rischio di fare erro­ri. È in quel­le fasi che cer­ti lea­der arri­va­no ai con­ti­nui cam­bi di mana­ge­ment e alla ricer­ca dispe­ra­ta di solu­zio­ni. Poi come ho det­to, c’è sta­ta la gran­de rivo­lu­zio­ne digi­ta­le che ha distrut­to tan­te azien­de, si pen­si a Kodak, alle TV, all’editoria, alle tele­co­mu­ni­ca­zio­ni. Nell’informatica sono pochi i sopra­vis­su­ti, in Euro­pa di fat­to nes­su­no. Nel momen­to più dif­fi­ci­le, il 1996,  arri­vò pri­ma Caio e poi Cola­nin­no, mana­ger del grup­po De Bene­det­ti. Su richie­sta dell’Ingegnere entrai nel CdA Oli­vet­ti dopo aver par­te­ci­pa­to ai CdA di Omni­tel e Info­stra­da, la nuo­va via del­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni. Nel 1997 la situa­zio­ne era dav­ve­ro dif­fi­ci­le, c’era il rischio di non ave­re più fidi. Si ini­ziò a cede­re i com­pu­ter e poi i siste­mi infor­ma­ti­vi per­ché l’attività del­le reti di tele­co­mu­ni­ca­zio­ne, soprat­tut­to dei cel­lu­la­ri, non por­ta­va anco­ra risul­ta­ti. Nel ’99 ven­ne deci­sa l’operazione Tele­com, in par­te a debi­to. L’unica atti­vi­tà indu­stria­le era Oli­vet­ti Lexi­con di cui diven­ni pre­si­den­te, poi Oli­vet­ti Tec­no­st e suc­ces­si­va­men­te con il nome di Oli­vet­ti con­trol­la­ta da Tele­com Ita­lia. Nel 2001 gli impren­di­to­ri che ave­va­no inve­sti­to in Oli­vet­ti (i cosid­det­ti bre­scia­ni), insie­me a Cola­nin­no deci­se­ro di cede­re Oli­vet­ti, che pos­se­de­va Tele­com, alla Pirel­li di Tron­chet­ti Pro­ve­ra. Nel 2003 il tito­lo di Oli­vet­ti esce dal­la bor­sa e resta solo Tele­com. Ecco come è anda­ta.

La sto­ria di Adria­no Oli­vet­ti ha det­ta­gli che non si cono­sco­no e che potreb­be­ro aiu­ta­re a capir­lo meglio?

In me non c’è che futu­ro” era la sua fra­se pre­fe­ri­ta, guar­da­re solo avan­ti. Nel­la sto­ria di Adria­nio ha un gran peso la figu­ra del padre Camil­lo che è meno cono­sciu­to. Camil­lo, un gigan­te di idee che accom­pa­gnò Gali­leo Fer­ra­ris da gio­va­ne inge­gne­re a tro­va­re Edi­son in Ame­ri­ca. Sape­va l’inglese e per curio­si­tà andò a Stan­ford a par­la­re con alcu­ni docen­ti che rima­se­ro tal­men­te col­pi­ti da lui e dal­la sua cono­scen­za da pro­por­gli una cat­te­dra: inse­gnò lì che ave­va appe­na 22 anni. Men­tre com­mer­cia­liz­za­va bici­clet­te ame­ri­ca­ne, capì la pro­pria pas­sio­ne per l’elettricità: non c’era anco­ra al cen­tro l’elettronica e si mise a pro­dur­re con­ta­to­ri elet­tri­ci con una socie­tà di cui mise base a Mila­no, la CGS (cen­ti­me­tro gram­mo secon­do). Anda­va su e giù per l’America, rima­se fol­go­ra­to dal­la Under­wood che face­va mac­chi­ne per scri­ve­re e si mor­mo­ra che for­se copiò qual­che dise­gno dan­do poi vita alle pri­me mac­chi­ne col suo mar­chio, qui a Ivrea. Le ven­de­va por­ta a por­ta, per­so­nal­men­te una a una: ini­ziò pren­den­do a ber­sa­glio i notai tori­ne­si, la cate­go­ria miglio­re per il suo pro­dot­to. Mia moglie mi rac­con­ta­va del suo zio nota­io a cui un gior­no Camil­lo bus­sò alla por­ta per pro­por­gli la mac­chi­na per scri­ve­re: rima­se in quel­la casa un gior­no inte­ro facen­do­si per­si­no invi­ta­re a pran­zo. Da lì fu un suc­ces­so, il tam tam tra tut­ti i notai del­la cit­tà fu imme­dia­to e nes­sun pro­fes­sio­ni­sta poté più far­ne a meno.

Quan­do Adria­no ini­ziò a lavo­ra­re, il padre lo mise subi­to alla cate­na di mon­tag­gio e lì capì che non sareb­be mai sta­to il suo posto. Dis­se “Que­sto non è un lavo­ro, qui le per­so­ne non han­no il tem­po di pen­sa­re” e da lì ini­ziò a met­te­re in cam­po il for­di­smo dol­ce, i tem­pi più dila­ta­ti, il cot­ti­mo len­to, le iso­le di mon­tag­gio.

Che sen­so ha oggi par­la­re di fab­bri­ca?

Fab­bri­ca è una paro­la con cui abbia­mo per­so il con­tat­to e inve­ce è una paro­la den­sa di signi­fi­ca­to, una paro­la stu­pen­da che dovrem­mo pro­nun­cia­re più spes­so ai nostri ragaz­zi. La fab­bri­ca oggi è un mon­do pie­no di fasci­no se la attua­liz­zia­mo in chia­ve digi­ta­le e tec­no­lo­gi­ca. Ogni atti­vi­tà è fab­bri­ca se ser­ve a costrui­re qual­co­sa di nuo­vo, bel­lo e uti­le.

Il Pre­mio all’imprenditore oli­vet­tia­no, da lei idea­to e cura­to, pur­trop­po si è inter­rot­to. One­sta­men­te: dipen­de for­se dal fat­to che l’Italia non ha più impren­di­to­ri capa­ci di far luce?

No, asso­lu­ta­men­te. Tro­vo ogni gior­no impren­di­to­ri oli­vet­tia­ni. Il pre­mio mes­so in palio è sem­pre sta­to una vec­chia Let­te­ra 22 è si è inter­rot­to per ragio­ni orga­niz­za­ti­ve ma spe­ro potrà ripren­de­re. Il pri­mo pre­mia­to fu Enri­co Loc­cio­ni che secon­do me incar­na mol­to di quel­lo spi­ri­to. Un altro è sta­to Bru­nel­lo Cuci­nel­li. Quan­do andai a incon­trar­lo per par­lar­gli del Pre­mio, mi dis­se sin­ce­ra­men­te che lui la Oli­vet­ti la cono­sce­va pochis­si­mo e che i suoi ispi­ra­to­ri era­no due umbri. “Beh”, gli dis­si, “fam­me­li cono­sce­re, allo­ra”. Mi rispo­se: “Sono Fran­ce­sco d’Assisi che mi ha inse­gna­to l’umiltà e Bene­det­to da Nor­cia che mi ha inse­gna­to l’operosità”. Di fron­te a que­sti non pote­vo com­pe­te­re e feci per andar­me­ne, allo­ra mi spie­gò meglio la sua filo­so­fia e mi chie­se qua­le fos­se il pre­mio. Davan­ti alla Let­te­ra 22  accet­tò. Da allo­ra ha cita­to spes­so que­sto pre­mio per­ché ci tie­ne mol­to. Il trat­ta­men­to del­le per­so­ne non è male nel­la sua azien­da ma resta una figu­ra ambi­gua”.

 

 

Ero arri­va­ta a Ivrea in tre­no la mat­ti­na, da Por­ta Susa. Face­va cal­do per me e per i quat­tro ragaz­zi che sta­va­no a par­la­re ani­ma­ta­men­te nei sedi­li accan­to al mio. Sce­si anche loro a Ivrea, ave­va­no tra i ven­tot­to e i tren­ta­due anni e anda­va­no per­ples­si a fare il test fina­le di un cor­so di for­ma­zio­ne a paga­men­to che li con­vin­ce­va poco per­ché non sape­va­no se sareb­be dav­ve­ro arri­va­to il posto di lavo­ro che era sta­to pro­mes­so a paro­le per un call cen­ter che lavo­ra tan­to in Ger­ma­nia. “Io mi sono licen­zia­ta da una pic­co­la azien­da per fare que­sto cor­so. Mi han­no garan­ti­to che alla fine ci assu­me­ran­no tut­ti ma, dopo che ci sia­mo cono­sciu­ti meglio, qui abbia­mo capi­to che a ognu­no di noi era sta­ta data una ver­sio­ne diver­sa duran­te i pri­mi col­lo­qui. Mi dà fasti­dio pen­sa­re che si appro­fit­ti­no di noi gio­va­ni, io ho stu­dia­to tan­to. Spe­ria­mo bene”, mi ave­va det­to Ele­na men­tre scen­de­va­mo dal tre­no.

Salu­to Bru­no Lam­bor­ghi­ni davan­ti alla sta­zio­ne, dopo alcu­ne ore sia­mo di nuo­vo lì.

Mi ripe­te che abbia­mo visto poco di Ivrea e di tor­na­re quan­do voglio per con­ti­nua­re il giro. “Che poi Ivrea è una cit­tà stra­na, qui for­se il pro­gres­so fa pau­ra o crea distur­bo. Nel 2018 è diven­ta­ta cit­tà indu­stria­le patri­mo­nio Une­sco ma in giro non è che si respi­ri nien­te di par­ti­co­la­re, è sem­pre una fati­ca aprir­si al mon­do. Del resto negli anni del­la pri­ma fab­bri­ca, quan­do all’alba pas­sa­va­no cen­ti­na­ia di ope­rai in bici­clet­ta, gli abi­tan­ti si lamen­ta­va­no di quel rumo­re.

Quan­to fasti­dio da sem­pre intor­no a Ivrea e sem­bra non sia anco­ra fini­to.