
Una volta la traccia non era più di quattro righe, e avevamo tanto da dire.
Oggi la traccia è un tema svolto e le conoscenze sono quasi nulle
TIPOLOGIA B — ANALISI E PRODUZIONE DI UN TESTO ARGOMENTATIVO
PROPOSTA B1
Testo tratto da: Portale storico, Assemblea Costituente. Discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat all’Assemblea Costituente, 25 giugno 1946.
«Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina. Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa responsabilità che vi grava sulle spalle.
Ma altri doveri sovrastano a questa Assemblea, oltre quello, supremo, di dare una Costituzione alla Repubblica italiana. Essa deve, nei limiti della sua competenza, sforzarsi di risolvere i problemi più urgenti della vita nazionale, deve porre le basi di quella ricostruzione sociale, senza la quale la democrazia politica sarebbe un’esile finzione.
La democrazia non è soltanto un sistema di garanzie giuridiche, una formale proclamazione di diritti: essa è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo, un problema di solidarietà umana, di giustizia sociale. Se non sapremo dare un contenuto sociale alla nostra democrazia, se non sapremo sollevare le classi lavoratrici da quella pesante eredità di miserie e di dolori che il passato ci ha lasciato, noi avremo fallito al nostro compito storico.
Il cammino che ci sta dinnanzi è aspro, irto di ostacoli, ma è un cammino che sale verso libere altezze. Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!»
Comprensione e Analisi
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Riassumi il contenuto del brano proposto nei suoi snodi tematici essenziali.
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Individua quali sono gli “altri doveri” che, a giudizio di Giuseppe Saragat (1898–1988), “sovrastano” l’Assemblea Costituente.
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Per quale motivo la democrazia «è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo»?
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A quali eventi si riferisce, a tuo giudizio, Saragat con l’espressione la «pesante eredità di miserie e di dolori»?
Produzione
Sulla base degli spunti di riflessione offerti dal testo proposto, delle tue letture e conoscenze sull’argomento, elabora un testo coerente e coeso sul tema della democrazia, anche facendo riferimento alle argomentazioni sviluppate da Saragat nel suo discorso.
Giuseppe Saragat e la Costituente
Ecco il mio svolgimento
Nel testo del 1946, Giuseppe Saragat delinea la missione della Costituente: “dare un volto alla Repubblica e un’anima alla democrazia”. Per il futuro Presidente, la democrazia non è un feticcio burocratico, ma un corpo vivo che ha bisogno di sostanza etica e partecipazione.
Alunno Manero de-classato di una scuola qualunque
Produzione (Il commento argomentativo)
Contesto storico
Il brano si colloca nel drammatico dopoguerra. Anni dopo, nel dicembre del 1964, Saragat salirà al Quirinale. La sua elezione fu il classico capolavoro del compromesso all’italiana: leader di un partito minuscolo (il PSDI), venne scelto dai giganti DC e PCI proprio perché considerato “innocuo” e spendibile, a differenza di un Pietro Nenni, penalizzato da qualche simpatia giovanile di troppo per il primo Mussolini. Una figura di garanzia, quanche mese dopo la sua ascesa al colle visitò lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli.
Analisi del linguaggio
Se la lingua del Saragat del ’46 è solenne, aulica , l’ambiente che lo accolse a Pozzuoli nel ’64 era paesano. la retorica dei “patti solenni”, contro il cinismo pop degli operai campani che, davanti ai preparativi della direzione, si domandavano: “Ma chi sta arrivando? Saràgatt… o saràcan’?”.
La democrazia tra l’incenso e l’Asprinio
I manuali dipingono la nascita della Repubblica come una processione di santi laici in doppiopetto. La realtà nello stabilimento Olivetti di Pozzuoli nel 1964 racconta una storia diversa: la democrazia ha spesso il fiato corto, e un forte odore di vino.
L’arrivo del Presidente scatenò un’operazione di imbellettamento quasi allegra. Per giorni la fabbrica subì una pulizia tale che persino i bulloni abbandonati negli anfratti oscuri dovettero superare l’esame dello sfratto. Una pulizia non solo logistica, fu anche ideologica: i lavoratori sospettati di simpatie per il MSI (il Movimento Sociale Italiano) vennero letteralmente “isolati” e deportati in altri reparti lontano dal percorso presidenziale. Sia mai che il Presidente della Repubblica antifascista incrociasse lo sguardo di un nostalgico del Duce.
Nelle maestranze, intanto, regnava il più totale e sano scetticismo operaio. Della Costituzione non fregava niente a nessuno; (Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa responsabilità che vi grava sulle spalle).i sindacalisti della CGIL, devoti a Luigi Longo e al PCI, guardavano Saragat dall’alto in basso. Ma il vero fulcro delle discussioni era la leggendaria, e per nulla segreta, debolezza del Presidente per il vino nostrano. Con quel viso cronicamente un po’ così che tradiva una devozione assoluta alla vigna, Saragat precedeva la sua fama: per gli operai non arrivava lo statista, ma un compagno di cantina.
Antitesi e Conclusione: Alla fine, una brava persona
Oggi i sociologi piangono la fine delle ideologie e la presunta “purezza” dei tempi andati. Ma quale purezza? Nel 1964 si parlava di tutto tranne che dei massimi sistemi della Carta Costituzionale. Eppure, sotto quella coltre di cinismo e battute da osteria, la democrazia funzionava.
Perché la visita alla Olivetti finì nel modo più glorioso: un trambusto sui giornali e un rinfresco nella sala ospiti dove venne stappato l’Asprinio frizzatino di Aversa. Lì, davanti a quel sapore, ogni incostituzionalità scomparve.
Saragat, accompagnato dall’amministratore delegato Bruno Visentin, Aurelio Peccei e il direttore dello stabilimento Danilo Fozzati, in uno stato di lucidità, si rivelò per quello che era: una brava persona, un uomo di Stato che il giorno dopo ricordava sulle pagine de Mattino di Napoli la genialità di Adriano Olivetti, l’unico che aveva capito come portare il lavoro vero a Pozzuoli e far vivere felice i torinesi senza i terroni.
(Essa deve, nei limiti della sua competenza, sforzarsi di risolvere i problemi più urgenti della vita nazionale, deve porre le basi di quella ricostruzione sociale, senza la quale la democrazia politica sarebbe un’esile finzione.)
La Costituzione italiana sarà anche ferrea e inattuata, e la scuola ci avrà anche preparato poco e male a capirla. Ma l’aneddoto di Pozzuoli ci insegna che la democrazia sopravvive alla sua stessa retorica. Sopravvive alle pulizie di facciata, ai traslochi dei dissidenti e alle ironie degli operai. (Il cammino che ci sta dinnanzi è aspro, irto di ostacoli, ma è un cammino che sale verso libere altezze. Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!»)
Quindi, cari professori della commissione, datemi questa maturità con un sorriso, consegno il foglio e, come si diceva a Pozzuoli dopo la seconda bottiglia di Asprinio: versate da bere, e poi vediamo come va a finire.


