La Siemens di Santa Maria Capua Vetere

ITALTEL SPA
SANTA MARIA CAPUA VETERE

APPUNTI PER RICORDARE

di Pasqua­le Beneduce
Staff del personale

L’Azienda pres­so la qua­le ebbi le ven­tu­ra di tra­scor­re­re gran par­te del­la mia vita pro­fes­sio­na­le era nata nel 1963. Il 7 apri­le di quell’anno, fu inau­gu­ra­to lo sta­bi­li­men­to di San­ta Maria Capua Vete­re alla pre­sen­za dell’On. Amin­to­re Fan­fa­ni, dell’On. Gio­van­ni Leo­ne e dell’On. Gia­cin­to Bosco .Occu­pa­va  all’epoca cir­ca 450 addetti.

Nel 1971, quan­do fui assun­to i dipen­den­ti era­no sali­ti a cir­ca 600 e nel­la fab­bri­ca si producevano:

  • Tele­fo­ni
  • Relé elet­tro­mec­ca­ni­ci dai nomi complicati.

Il tut­to su dise­gni tede­schi di pro­ve­nien­za Sie­mens A.G.

Da quell’anno in poi si veri­fi­cò una vera e pro­pria esplo­sio­ne nel­le assun­zio­ni. Nel 1974 era­va­mo ormai a cir­ca 4.700 dipen­den­ti. Un vero e pro­prio pae­se. Era­no sta­te tra­sfe­ri­te da Mila­no altre lavo­ra­zio­ni tra cui quel­la del Selet­to­re a Moto­re per cen­tra­li tele­fo­ni­che, il Cavo Mul­ti­plo e altri relé e cavi per cui si pro­ce­det­te all’ampliamento del­lo sta­bi­li­men­to con la costru­zio­ne del­la par­te nuo­va che por­tò  il tota­le del­la super­fi­cie coper­ta a cir­ca 70.000 mq. E ad uno orga­ni­co di cir­ca 4800 per­so­ne. Dal 1972 al 1975 entra­va­no qua­si ogni gior­no dal­le 20 alle 30 per­so­ne che anda­va­no esa­mi­na­te, adde­stra­te e mol­to spes­so biso­gna­va addi­rit­tu­ra inse­gna­re loro come com­por­tar­si alla men­sa self ser­vi­ce o con i sani­ta­ri nei bagni (quest’ultima incom­ben­za era affi­da­ta alle “mae­stre” capo tur­no). Que­ste ulti­me era­no del­le bra­ve ope­ra­ie con uno sta­tus spe­cia­le che era quel­lo di “equi­pa­ra­ti” (uno sta­to inter­me­dio  tra ope­ra­io e impie­ga­to). Era­no sta­te adde­stra­te per lo più a Mila­no e  ave­va­no la respon­sa­bi­li­tà dei grup­pi addet­ti alle varie lavo­ra­zio­ni. Era­no vera­men­te una risor­sa preziosa.

Ebbi dun­que la sor­te, capi­ta­ta a pochi altri, di esse­re assun­to diret­ta­men­te dall’allora Diret­to­re Gene­ra­le ing. Vil­la che di tan­to in tan­to scen­de­va da Mila­no e veni­va in visi­ta a San­ta Maria. Quan­do entrai (sia­mo nel 1971)  in dit­ta era Diret­to­re di sta­bi­li­men­to l’ing. Szaniszlo

Chi era vera­men­te il diret­to­re? Ebbe­ne, un gior­no, ormai lavo­ra­vo per loro da parec­chio tem­po, si aprì inspie­ga­bil­men­te a rac­con­tar­mi del­la sua vita. Era di ori­gi­ni unghe­re­si. Era nato e cre­sciu­to a Buda­pe­st dove si era lau­rea­to in inge­gne­ria elet­tro­tec­ni­ca. Il suo cogno­me, come si può vede­re, era pie­no di “esse” e di “zeta”, un auten­ti­co, impro­nun­cia­bi­le cogno­me unghe­re­se (Sza­nisz­lo) ma noi tut­ti lo chia­ma­va­mo affet­tuo­sa­men­te “Popov” (con la “v” pro­nun­cia­ta come “f”) sen­za però mai usa­re que­sto nomi­gno­lo in sua pre­sen­za. Si era tra­sfe­ri­to in Ger­ma­nia dove duran­te la secon­da guer­ra mon­dia­le ave­va avu­to la respon­sa­bi­li­tà di uno sta­bi­li­men­to di pro­du­zio­ne bel­li­ca. Si mor­mo­ra­va fos­se sta­to col­la­bo­ra­zio­ni­sta dei nazi­sti e con la scon­fit­ta dei tede­schi era sta­to costret­to a fug­gi­re. Mi rac­con­tò di esse­re arri­va­to rocam­bo­le­sca­men­te fino a Vien­na e di esse­re sali­to, lì, su un car­ro bestia­me di un tre­no diret­to in Ita­lia insie­me alla moglie, la figlio­let­ta pic­co­la e un caval­lo. Giun­to a Mila­no ave­va vis­su­to ini­zial­men­te sot­to men­ti­te spo­glie per un lun­go perio­do di tem­po per­ché ricer­ca­to come col­la­bo­ra­zio­ni­sta nazi­sta. A fine anni cin­quan­ta era riu­sci­to ad otte­ne­re la cit­ta­di­nan­za ita­lia­na e a scrol­lar­si di dos­so il mar­chio infa­man­te di ricer­ca­to. (Non fece, però, alcun cen­no sul come si fos­se libe­ra­to di quel mar­chio e fos­se poi riu­sci­to ad otte­ne­re la cit­ta­di­nan­za). Alla rico­stru­zio­ne del­lo sta­bi­li­men­to Sie­mens di Mila­no fu chia­ma­to a far par­te del­la diri­gen­za. (Anche a que­sto pro­po­si­to non mi spe­ci­fi­cò mai chi l’avesse chia­ma­to a quell’incarico. Si voci­fe­ra­va che fos­se sem­pre sta­to assi­sti­to da una fan­to­ma­ti­ca e poten­tis­si­ma asso­cia­zio­ne di ex-nazi­sti, ma que­sta era pro­ba­bil­men­te una leg­gen­da). Cono­sce­va per­fet­ta­men­te il tede­sco, il fran­ce­se, l’inglese, l’ungherese e l’italiano (seb­be­ne lo par­las­se spes­so all’infinito) oltre ad esse­re un bra­vis­si­mo inge­gne­re elet­tro­tec­ni­co. Era di reli­gio­ne pro­te­stan­te cal­vi­ni­sta. Per lui il lavo­ro era sacro, era la sua vera reli­gio­ne. Pra­ti­ca­va la macro­bio­ti­ca. Ma era soprat­tut­to un uomo pun­ti­glio­sa­men­te osser­van­te del­la gerar­chia (un vero nazi­sta?). Quan­do arri­va­va nel mio repar­to l’ing. Vil­la mi pren­de­va sot­to­brac­cio e mi chie­de­va di illu­strar­gli la situa­zio­ne, le novi­tà, le dif­fi­col­tà ecc. Egli si ricor­da­va mol­to bene di me e del col­lo­quio di assun­zio­ne. Mi tene­va, bon­tà sua, in gran con­to. Ci lega­va una taci­ta cor­ren­te di sim­pa­tia reci­pro­ca. Ebbe­ne, quan­do si gira­va per il repar­to, la sce­net­ta era que­sta: io e l’ing. Vil­la davan­ti e il diret­to­re due pas­si più indie­tro man­te­nen­do que­sta posi­zio­ne per tut­to il giro di visi­ta. Avan­za­va solo se veni­va chia­ma­to a dare qual­che spiegazione.

Il Diret­to­re Sza­nisz­lo ave­va tut­ta­via un pre­gio. Quan­do com­met­te­vi qual­che erro­re ti mas­sa­cra­va ridu­cen­do­ti uno strac­cio con caz­zia­to­ni bibli­ci. Subi­to dopo, però, pas­sa­ta la tem­pe­sta, si dedi­ca­va a spie­gar­ti nei det­ta­gli dove e per­ché ave­vi sba­glia­to, come avre­sti dovu­to agi­re o com­por­tar­ti per non ripe­te­re l’errore e per miglio­ra­re le tue qua­li­tà. Era un vero mae­stro. Atten­tis­si­mo alla for­ma (quan­do lo si incon­tra­va in giro per lo sta­bi­li­men­to biso­gna­va atten­de­re che fos­se lui a por­ge­re la mano, guai a far­lo per pri­mi!) ma era altret­tan­to atten­to e fero­ce nel pre­ten­de­re la “sostan­za”, i risul­ta­ti con­se­guen­ti a quan­to ti era sta­to chie­sto. Fu per tut­ti noi, gio­va­ni inge­gne­ri, una vera palestra.

Quan­do fu aper­to, agli ini­zi degli anni ’60 lo sta­bi­li­men­to di S. Maria C.V. ser­vi­va un uomo di pol­so che scen­des­se da Mila­no per diri­ger­lo. Il per­so­na­le che era sta­to assun­to, per la mag­gio­ran­za don­ne, non ave­va nes­su­na tra­di­zio­ne indu­stria­le e tan­to meno qual­che pre­pa­ra­zio­ne spe­ci­fi­ca. Biso­gna­va cura­re oltre che l’addestramento pro­fes­sio­na­le del­le per­so­ne anzi­tut­to la loro abi­tu­di­ne a sta­re al chiu­so di una fab­bri­ca per otto ore. Era­no tut­ti di estra­zio­ne per lo più con­ta­di­na: cam­pa­gna, sole, aria fre­sca ecc. figu­rar­si quan­do dovet­te­ro accet­ta­re di chiu­der­si in una fab­bri­ca. Biso­gna­va “inqua­dra­re” il per­so­na­le a tut­ti i livel­li. E chi meglio di Popof pote­va far­lo? Fu nomi­na­to diret­to­re di sta­bi­li­men­to e spe­di­to al sud, in colo­nia, a gover­na­re con mano fer­ma la trup­pa, la mar­ma­glia da edu­ca­re alla vita “indu­stria­le”. E ci riu­scì. Un epi­so­dio tra i tan­tis­si­mi acca­du­to pro­prio a me sta a dimo­stra­re il suo siste­ma duro, bru­sco, diret­to ma sicu­ra­men­te effi­ca­ce di adde­stra­re e poi pre­ten­de­re risul­ta­ti dagli indi­vi­dui. La cosa andò così. Una mat­ti­na mi fece chia­ma­re dal­la segre­ta­ria e mi vol­le con sé al repar­to mon­tag­gio tele­fo­ni per­ché vole­va con­sta­ta­re di per­so­na il pro­ble­ma che era sta­to segna­la­to. Mi dis­se che accom­pa­gnar­lo e osser­va­re gli avve­ni­men­ti sareb­be sta­to per me un otti­mo tiro­ci­nio e che avrei sicu­ra­men­te avu­to una buo­na occa­sio­ne per imple­men­ta­re la mia espe­rien­za di lavo­ro. Il repar­to mon­tag­gio tele­fo­ni era un immen­so, lun­ghis­si­mo salo­ne nel qua­le cor­re­va­no tre linee di mon­tag­gio costi­tui­te da ban­ca­li con­ti­nui su ognu­no dei qua­li scor­re­va un nastro tra­spor­ta­to­re. Su que­sto nastro veni­va­no depo­si­ta­ti i com­po­nen­ti da assem­bla­re e le ope­ra­ie, tut­te don­ne e abba­stan­za gio­va­ni, era­no sedu­te, una di fron­te all’altra ai due lati del nastro cen­tra­le sul qua­le agi­va­no per mon­ta­re i com­po­nen­ti che vi scor­re­va­no. Era­no tre dop­pie file lun­ghis­si­me di don­ne. Si era veri­fi­ca­to un pro­ble­ma più o meno al cen­tro di una del­le tre linee, quel­la più ester­na e insie­me al diret­to­re Popof dovet­ti per­cor­re­re un discre­to trat­to sot­to lo sguar­do pene­tran­te e vaga­men­te iro­ni­co del­le ragaz­ze che lavo­ra­va­no in quel trat­to di linea. Ero all’epoca un gio­va­ne uomo nel pie­no del­la mia viri­li­tà. A que­sto di aggiun­ga che mol­te di quel­le ragaz­zuo­le, un po’ per­ché face­va dav­ve­ro piut­to­sto cal­do e un po’ per diver­tir­si pro­vo­can­do si piaz­za­va­no in pose che a dire lasci­ve è come usa­re un blan­do eufe­mi­smo. Per esa­mi­na­re i mec­ca­ni­smi biso­gna­va pie­gar­si e infi­la­re la testa sot­to il ban­ca­le. Era a que­sto pun­to che alcu­ne del­le figlio­le apri­va­no di pro­po­si­to le gam­be e lì pote­vi con­sta­ta­re che mol­te non indos­sa­va­no nem­me­no le mutan­di­ne! Era la soli­ta tor­tu­ra “guar­da­re ma non toc­ca­re”. Il diret­to­re Popof, acu­tis­si­mo osser­va­to­re, si accor­se del ros­so­re del mio viso e mi invi­tò a seguir­lo sul pia­ne­rot­to­lo ester­no del­la sala mon­tag­gio. Lì giun­ti mi fece il seguen­te predicozzo:

- Così non va bene. Lei arros­si­re davan­ti alle don­ne e abbas­sa­re occhi (spes­so usa­va l’infinito dei ver­bi, non cono­sce­va per­fet­ta­men­te l’italiano). Ora dire io a lei come fare per non abbas­sa­re mai più occhi davan­ti ad una don­na. Lei vole­re sape­re e poi appli­ca­re mio metodo?

- Cer­to, inge­gne­re, sono ansio­so di appren­de­re una cosa così interessante.

- Allo­ra lei deve fis­sa­re drit­to negli occhi la don­na e deve pen­sa­re inten­sa­men­te, con­cen­tran­do­si pro­fon­da­men­te: io e te su un let­to, san­gue dap­per­tut­to. Vedrà che sarà la don­na ad abbas­sa­re gli occhi per pri­ma e lei avrà vin­to. E stia sem­pre ben atten­to a non ini­zia­re mai alcun rap­por­to per­so­na­le con qual­che don­na in fab­bri­ca: lei diven­te­rà schia­vo e le sarà impos­si­bi­le con­ti­nua­re a lavo­ra­re con serenità.

Que­sto era Popof ma deb­bo rico­no­sce­re che ave­va ragione.

Insie­me a me furo­no assun­ti altri 4 o 5 inge­gne­ri e qual­cu­no ven­ne da Mila­no dove già lavo­ra­va in dit­ta. Gli anni dal 1970 al 1980 furo­no anni di inten­sis­si­mo lavo­ro ma anche di pre­oc­cu­pa­zio­ni per i risvol­ti che si vive­va­no in fab­bri­ca in con­se­guen­za del­le vicis­si­tu­di­ni e degli scon­vol­gi­men­ti pro­vo­ca­ti dagli epi­so­di di ter­ro­ri­smo che tur­ba­va­no la vita quo­ti­dia­na e pro­dut­ti­va.  Pro­du­ce­va­mo ad es. ben 24.000 appa­rec­chi tele­fo­ni­ci set­ti­ma­na­li e arri­vam­mo a pro­dur­ne anche 100 mila al mese.)    Ma gli anni 80 furo­no anche gli anni del­la pen­sio­ne del vec­chio diret­to­re Sza­nisz­lo e del­la disce­sa da Mila­no dell’ing. Rena­to Lon­go­ni qua­le nuo­vo diret­to­re. L’Italia sta­va rea­liz­zan­do la tele­se­le­zio­ne e v’era un enor­me fab­bi­so­gno di appa­rec­chia­tu­re per tele­co­mu­ni­ca­zio­ni. Si lavo­ra­va su tre tur­ni vale a dire anche col tur­no not­tur­no. Pra­ti­ca­men­te la fab­bri­ca non si fer­ma­va mai. Natu­ral­men­te il tur­no not­tur­no impie­ga­va sol­tan­to per­so­na­le maschi­le. Le don­ne smet­te­va­no di lavo­ra­re alle 22 e ripren­de­va­no col tur­no del­le 6 del mattino.

In quan­to al per­so­na­le fem­mi­ni­le va pre­ci­sa­to che cir­ca il 75% dell’organico era costi­tui­to da don­ne. Il moti­vo di tale cir­co­stan­za veni­va spie­ga­to con la favo­let­ta secon­do cui per le lavo­ra­zio­ni che veni­va­no svol­te era neces­sa­ria la mano fem­mi­ni­le, più deli­ca­ta e leg­ge­ra nel mani­po­la­re appa­rec­chia­tu­re sofi­sti­ca­te e facil­men­te dan­neg­gia­bi­li. Ma era vera­men­te una favo­let­ta. La real­tà era ben altra e pur­trop­po mol­to più pro­sai­ca. Vi era una que­stio­ne sala­ria­le.  Nel­lo spe­ci­fi­co la dispa­ri­tà uomo-don­na vede­va le lavo­ra­tri­ci dell’industria, anche negli anni di mag­gior espan­sio­ne del boom eco­no­mi­co, rice­ve­re un sala­rio, a pari­tà di man­sio­ne, infe­rio­re ai loro col­le­ghi maschi. Vere e pro­prie discri­mi­na­zio­ni sala­ria­li non era­no riscon­tra­bi­li solo nei sala­ri real­men­te cor­ri­spo­sti alle lavo­ra­tri­ci, ma era­no san­ci­te in pri­mo luo­go dai con­trat­ti stes­si. Inu­ti­le dire quan­te e qua­li furo­no le lot­te sin­da­ca­li per rag­giun­ge­re la pari­tà retri­bu­ti­va e il nostro sta­bi­li­men­to non ne rima­se inden­ne. Un epi­so­dio che è rima­sto memo­ra­bi­le fu la visi­ta a S. Maria dell’On. Ber­lin­guer. Nel­la pri­ma­ve­ra del 1983, infat­ti, la Rap­pre­sen­tan­za sin­da­ca­le azien­da­le invi­tò l’On. Ber­lin­guer a San­ta Maria Capua Vete­re. Vi furo­no ripe­tu­te trat­ta­ti­ve tra la RSA e la Dit­ta per con­sen­ti­re l’ingresso in sta­bi­li­men­to dell’On. Ber­lin­guer. Non fu rag­giun­to alcun accor­do e l’Onorevole dovet­te accon­ten­tar­si di tene­re il suo comi­zio sul piaz­za­le ester­no dell’Azienda. Intan­to cam­bia­va­no i Diret­to­ri di sta­bi­li­men­to. Da Ivrea , dove sino ad allo­ra ave­va lavo­ra­to alla Oli­vet­ti, arri­vò l’ing. Nico­let­ti Alti­ma­ri. Fu la vol­ta poi dell’ing. Mon­tal­ba­no, sici­lia­no doc, e con­tem­po­ra­nea­men­te o qua­si cam­bia­va­no anche i Respon­sa­bi­li del Per­so­na­le. Ma il cam­bia­men­to radi­ca­le avven­ne con l’avvento del­la D.ssa Mari­sa Bel­li­sa­rio come AD dell’Azienda. Nel 1980, era ini­zia­to il pas­sag­gio dal­la elet­tro­mec­ca­ni­ca (fer­ra­glia: relé elet­tro­mec­ca­ni­ci, cavo mul­ti­plo, selet­to­ri a moto­re per cen­tra­li tele­fo­ni­che, tele­fo­no con disco com­bi­na­to­re ecc. ecc.) alla elet­tro­ni­ca. Biso­gnò anzi­tut­to far capi­re al per­so­na­le e pro­prio a tut­to il per­so­na­le, dall’ingegnere al mano­va­le che era fini­ta l’era dei pez­zi di fer­ro e che ini­zia­va una nuo­va fase dove ognu­no era chia­ma­to a con­ver­tir­si a nuo­ve tec­ni­che di pro­du­zio­ne e a nuo­ve appa­rec­chia­tu­re ben più sofi­sti­ca­te che richie­de­va­no un diver­so approc­cio lavo­ra­ti­vo, anche di men­ta­li­tà oltre che di com­pe­ten­za. Fu ini­zia­to per­ciò uno sfor­zo di for­ma­zio­ne gene­ra­le a tut­ti i livel­li. La scuo­la inter­na di adde­stra­men­to fu ristrut­tu­ra­ta e amplia­ta. Si ricor­se a docen­ti di elet­tro­ni­ca anche ester­ni e si sot­to­po­se il per­so­na­le addet­to ad un a inten­sa atti­vi­tà di cor­si di for­ma­zio­ne per ricon­ver­ti­re le cono­scen­ze e le capa­ci­tà. Il pro­ces­so durò a lun­go e fu accol­to con favo­re da tut­ti, favo­ri­to, per la veri­tà, anche dall’essere l’età media del per­so­na­le, a quel tem­po, anco­ra abba­stan­za favo­re­vo­le. Fu vera­men­te uno sfor­zo tita­ni­co. San­ta Maria Capua Vete­re era diven­ta­ta la sede del­la nuo­va Socie­tà deno­mi­na­ta Ital­tel Tele­ma­ti­ca. Ma a gesti­re il tut­to vi era un timo­nie­re, anzi una timo­nie­ra, di gran­de qua­li­tà : la D.ssa Bel­li­sa­rio che nel 1981, da Con­di­ret­to­re gene­ra­le fu nomi­na­ta Ammi­ni­stra­to­re Dele­ga­to. E così ini­zia­ro­no le pro­du­zio­ni di cen­tra­li e cen­tra­li­ni pri­va­ti com­ple­ta­men­te elet­tro­ni­ci, Il tele­fo­no, ad es., si ridus­se all’interno ad una sem­pli­cis­si­ma pia­stra di cir­cui­to stam­pa­to che svol­ge­va tut­te le fun­zio­ni del vec­chio, com­pli­ca­to e pesan­te appa­ra­to elet­tro­mec­ca­ni­co del model­lo S62 che ave­va domi­na­to sino ad allo­ra la tele­fo­nia ita­lia­na. Fu rea­liz­za­ta la cen­tra­le a 10.000 nume­ri in tec­ni­ca PCM (Pul­se Code Modu­la­tion), tra le più moder­ne e sofi­sti­ca­te del mer­ca­to. Dal 1981 al 1984–85 Ital­tel Tele­ma­ti­ca di S. Maria C.V. cono­sce un perio­do di svi­lup­po mol­to impor­tan­te. Ten­ga­si con­to che nel frat­tem­po era nato a S. Maria c.v. un Cen­tro di ricer­ca che vede­va la pre­sen­za di oltre un cen­ti­na­io di ricer­ca­to­ri, fisi­ci, mate­ma­ti­ci, inge­gne­ri, tec­ni­ci spe­cia­li­sti che, su impul­so del­la Bel­li­sa­rio, ave­va­no sta­bi­li­to con­tat­ti con labo­ra­to­ri sta­tu­ni­ten­si a Den­ver in Colo­ra­do. Men­tre  gli anni 60–70 ave­va­no visto l’assunzione di mano­do­pe­ra di bas­sa qua­li­fi­ca­zio­ne, gli anni 80–90 vide­ro l’ingresso in azien­da di un ele­va­to nume­ro di lau­rea­ti e tra essi mol­tis­si­me don­ne. Fu un vero perio­do d’oro che cul­mi­nò, infat­ti, con l’assegnazione nel 1983 dell’Oscar di bilan­cio alla Socie­tà. Ma gli anni 80 furo­no anche gli anni in cui ini­ziò la dimi­nu­zio­ne del per­so­na­le e a S.Maria C.V. comin­cia­ro­no ad esse­re appli­ca­te le pro­ce­du­re di dimis­sio­ni incen­ti­va­te, di pre­pen­sio­na­men­to e di ricol­lo­ca­zio­ne pres­so altre real­tà indu­stria­li. Insom­ma si anda­va chia­ra­men­te ver­so un ridi­men­sio­na­men­to dell’azienda in ter­mi­ni di addet­ti e que­sto pro­ces­so inte­res­sò tut­ti i livel­li azien­da­li, dai diri­gen­ti agli ope­rai. Si pro­fi­lò ciò che dram­ma­ti­ca­men­te acca­drà negli anni 90–2000, tan­to più che la Bel­li­sa­rio era sta­ta stron­ca­ta da un male incu­ra­bi­le nel 1988. Il tri­ste pro­sie­guo del­la sto­ria di Ital­tel Tele­ma­ti­ca di S.Maria C.V. ebbe stra­sci­chi anche dram­ma­ti­ci, soprat­tut­to per quei dipen­den­ti che non era­no riu­sci­ti ad usu­frui­re di eso­do incen­ti­va­to e assi­sti­to.  La ces­sio­ne del­lo sta­bi­li­men­to di SMCV ad altre real­tà indu­stria­li fino alla chiu­su­ra com­ple­ta mise la paro­la fine ad una del­le più impor­tan­ti real­tà lavo­ra­ti­ve che ave­va segna­to tut­ti gli anni dal 1960 e fino pra­ti­ca­men­te al 2000.