ITALTEL SPA
SANTA MARIA CAPUA VETERE
APPUNTI PER RICORDARE
di Pasquale Beneduce
Staff del personale
L’Azienda presso la quale ebbi le ventura di trascorrere gran parte della mia vita professionale era nata nel 1963. Il 7 aprile di quell’anno, fu inaugurato lo stabilimento di Santa Maria Capua Vetere alla presenza dell’On. Amintore Fanfani, dell’On. Giovanni Leone e dell’On. Giacinto Bosco .Occupava all’epoca circa 450 addetti.
Nel 1971, quando fui assunto i dipendenti erano saliti a circa 600 e nella fabbrica si producevano:
- Telefoni
- Relé elettromeccanici dai nomi complicati.
Il tutto su disegni tedeschi di provenienza Siemens A.G.
Da quell’anno in poi si verificò una vera e propria esplosione nelle assunzioni. Nel 1974 eravamo ormai a circa 4.700 dipendenti. Un vero e proprio paese. Erano state trasferite da Milano altre lavorazioni tra cui quella del Selettore a Motore per centrali telefoniche, il Cavo Multiplo e altri relé e cavi per cui si procedette all’ampliamento dello stabilimento con la costruzione della parte nuova che portò il totale della superficie coperta a circa 70.000 mq. E ad uno organico di circa 4800 persone. Dal 1972 al 1975 entravano quasi ogni giorno dalle 20 alle 30 persone che andavano esaminate, addestrate e molto spesso bisognava addirittura insegnare loro come comportarsi alla mensa self service o con i sanitari nei bagni (quest’ultima incombenza era affidata alle “maestre” capo turno). Queste ultime erano delle brave operaie con uno status speciale che era quello di “equiparati” (uno stato intermedio tra operaio e impiegato). Erano state addestrate per lo più a Milano e avevano la responsabilità dei gruppi addetti alle varie lavorazioni. Erano veramente una risorsa preziosa.
Ebbi dunque la sorte, capitata a pochi altri, di essere assunto direttamente dall’allora Direttore Generale ing. Villa che di tanto in tanto scendeva da Milano e veniva in visita a Santa Maria. Quando entrai (siamo nel 1971) in ditta era Direttore di stabilimento l’ing. Szaniszlo
Chi era veramente il direttore? Ebbene, un giorno, ormai lavoravo per loro da parecchio tempo, si aprì inspiegabilmente a raccontarmi della sua vita. Era di origini ungheresi. Era nato e cresciuto a Budapest dove si era laureato in ingegneria elettrotecnica. Il suo cognome, come si può vedere, era pieno di “esse” e di “zeta”, un autentico, impronunciabile cognome ungherese (Szaniszlo) ma noi tutti lo chiamavamo affettuosamente “Popov” (con la “v” pronunciata come “f”) senza però mai usare questo nomignolo in sua presenza. Si era trasferito in Germania dove durante la seconda guerra mondiale aveva avuto la responsabilità di uno stabilimento di produzione bellica. Si mormorava fosse stato collaborazionista dei nazisti e con la sconfitta dei tedeschi era stato costretto a fuggire. Mi raccontò di essere arrivato rocambolescamente fino a Vienna e di essere salito, lì, su un carro bestiame di un treno diretto in Italia insieme alla moglie, la figlioletta piccola e un cavallo. Giunto a Milano aveva vissuto inizialmente sotto mentite spoglie per un lungo periodo di tempo perché ricercato come collaborazionista nazista. A fine anni cinquanta era riuscito ad ottenere la cittadinanza italiana e a scrollarsi di dosso il marchio infamante di ricercato. (Non fece, però, alcun cenno sul come si fosse liberato di quel marchio e fosse poi riuscito ad ottenere la cittadinanza). Alla ricostruzione dello stabilimento Siemens di Milano fu chiamato a far parte della dirigenza. (Anche a questo proposito non mi specificò mai chi l’avesse chiamato a quell’incarico. Si vociferava che fosse sempre stato assistito da una fantomatica e potentissima associazione di ex-nazisti, ma questa era probabilmente una leggenda). Conosceva perfettamente il tedesco, il francese, l’inglese, l’ungherese e l’italiano (sebbene lo parlasse spesso all’infinito) oltre ad essere un bravissimo ingegnere elettrotecnico. Era di religione protestante calvinista. Per lui il lavoro era sacro, era la sua vera religione. Praticava la macrobiotica. Ma era soprattutto un uomo puntigliosamente osservante della gerarchia (un vero nazista?). Quando arrivava nel mio reparto l’ing. Villa mi prendeva sottobraccio e mi chiedeva di illustrargli la situazione, le novità, le difficoltà ecc. Egli si ricordava molto bene di me e del colloquio di assunzione. Mi teneva, bontà sua, in gran conto. Ci legava una tacita corrente di simpatia reciproca. Ebbene, quando si girava per il reparto, la scenetta era questa: io e l’ing. Villa davanti e il direttore due passi più indietro mantenendo questa posizione per tutto il giro di visita. Avanzava solo se veniva chiamato a dare qualche spiegazione.
Il Direttore Szaniszlo aveva tuttavia un pregio. Quando commettevi qualche errore ti massacrava riducendoti uno straccio con cazziatoni biblici. Subito dopo, però, passata la tempesta, si dedicava a spiegarti nei dettagli dove e perché avevi sbagliato, come avresti dovuto agire o comportarti per non ripetere l’errore e per migliorare le tue qualità. Era un vero maestro. Attentissimo alla forma (quando lo si incontrava in giro per lo stabilimento bisognava attendere che fosse lui a porgere la mano, guai a farlo per primi!) ma era altrettanto attento e feroce nel pretendere la “sostanza”, i risultati conseguenti a quanto ti era stato chiesto. Fu per tutti noi, giovani ingegneri, una vera palestra.
Quando fu aperto, agli inizi degli anni ’60 lo stabilimento di S. Maria C.V. serviva un uomo di polso che scendesse da Milano per dirigerlo. Il personale che era stato assunto, per la maggioranza donne, non aveva nessuna tradizione industriale e tanto meno qualche preparazione specifica. Bisognava curare oltre che l’addestramento professionale delle persone anzitutto la loro abitudine a stare al chiuso di una fabbrica per otto ore. Erano tutti di estrazione per lo più contadina: campagna, sole, aria fresca ecc. figurarsi quando dovettero accettare di chiudersi in una fabbrica. Bisognava “inquadrare” il personale a tutti i livelli. E chi meglio di Popof poteva farlo? Fu nominato direttore di stabilimento e spedito al sud, in colonia, a governare con mano ferma la truppa, la marmaglia da educare alla vita “industriale”. E ci riuscì. Un episodio tra i tantissimi accaduto proprio a me sta a dimostrare il suo sistema duro, brusco, diretto ma sicuramente efficace di addestrare e poi pretendere risultati dagli individui. La cosa andò così. Una mattina mi fece chiamare dalla segretaria e mi volle con sé al reparto montaggio telefoni perché voleva constatare di persona il problema che era stato segnalato. Mi disse che accompagnarlo e osservare gli avvenimenti sarebbe stato per me un ottimo tirocinio e che avrei sicuramente avuto una buona occasione per implementare la mia esperienza di lavoro. Il reparto montaggio telefoni era un immenso, lunghissimo salone nel quale correvano tre linee di montaggio costituite da bancali continui su ognuno dei quali scorreva un nastro trasportatore. Su questo nastro venivano depositati i componenti da assemblare e le operaie, tutte donne e abbastanza giovani, erano sedute, una di fronte all’altra ai due lati del nastro centrale sul quale agivano per montare i componenti che vi scorrevano. Erano tre doppie file lunghissime di donne. Si era verificato un problema più o meno al centro di una delle tre linee, quella più esterna e insieme al direttore Popof dovetti percorrere un discreto tratto sotto lo sguardo penetrante e vagamente ironico delle ragazze che lavoravano in quel tratto di linea. Ero all’epoca un giovane uomo nel pieno della mia virilità. A questo di aggiunga che molte di quelle ragazzuole, un po’ perché faceva davvero piuttosto caldo e un po’ per divertirsi provocando si piazzavano in pose che a dire lascive è come usare un blando eufemismo. Per esaminare i meccanismi bisognava piegarsi e infilare la testa sotto il bancale. Era a questo punto che alcune delle figliole aprivano di proposito le gambe e lì potevi constatare che molte non indossavano nemmeno le mutandine! Era la solita tortura “guardare ma non toccare”. Il direttore Popof, acutissimo osservatore, si accorse del rossore del mio viso e mi invitò a seguirlo sul pianerottolo esterno della sala montaggio. Lì giunti mi fece il seguente predicozzo:
- Così non va bene. Lei arrossire davanti alle donne e abbassare occhi (spesso usava l’infinito dei verbi, non conosceva perfettamente l’italiano). Ora dire io a lei come fare per non abbassare mai più occhi davanti ad una donna. Lei volere sapere e poi applicare mio metodo?
- Certo, ingegnere, sono ansioso di apprendere una cosa così interessante.
- Allora lei deve fissare dritto negli occhi la donna e deve pensare intensamente, concentrandosi profondamente: io e te su un letto, sangue dappertutto. Vedrà che sarà la donna ad abbassare gli occhi per prima e lei avrà vinto. E stia sempre ben attento a non iniziare mai alcun rapporto personale con qualche donna in fabbrica: lei diventerà schiavo e le sarà impossibile continuare a lavorare con serenità.
Questo era Popof ma debbo riconoscere che aveva ragione.
Insieme a me furono assunti altri 4 o 5 ingegneri e qualcuno venne da Milano dove già lavorava in ditta. Gli anni dal 1970 al 1980 furono anni di intensissimo lavoro ma anche di preoccupazioni per i risvolti che si vivevano in fabbrica in conseguenza delle vicissitudini e degli sconvolgimenti provocati dagli episodi di terrorismo che turbavano la vita quotidiana e produttiva. Producevamo ad es. ben 24.000 apparecchi telefonici settimanali e arrivammo a produrne anche 100 mila al mese.) Ma gli anni 80 furono anche gli anni della pensione del vecchio direttore Szaniszlo e della discesa da Milano dell’ing. Renato Longoni quale nuovo direttore. L’Italia stava realizzando la teleselezione e v’era un enorme fabbisogno di apparecchiature per telecomunicazioni. Si lavorava su tre turni vale a dire anche col turno notturno. Praticamente la fabbrica non si fermava mai. Naturalmente il turno notturno impiegava soltanto personale maschile. Le donne smettevano di lavorare alle 22 e riprendevano col turno delle 6 del mattino.
In quanto al personale femminile va precisato che circa il 75% dell’organico era costituito da donne. Il motivo di tale circostanza veniva spiegato con la favoletta secondo cui per le lavorazioni che venivano svolte era necessaria la mano femminile, più delicata e leggera nel manipolare apparecchiature sofisticate e facilmente danneggiabili. Ma era veramente una favoletta. La realtà era ben altra e purtroppo molto più prosaica. Vi era una questione salariale. Nello specifico la disparità uomo-donna vedeva le lavoratrici dell’industria, anche negli anni di maggior espansione del boom economico, ricevere un salario, a parità di mansione, inferiore ai loro colleghi maschi. Vere e proprie discriminazioni salariali non erano riscontrabili solo nei salari realmente corrisposti alle lavoratrici, ma erano sancite in primo luogo dai contratti stessi. Inutile dire quante e quali furono le lotte sindacali per raggiungere la parità retributiva e il nostro stabilimento non ne rimase indenne. Un episodio che è rimasto memorabile fu la visita a S. Maria dell’On. Berlinguer. Nella primavera del 1983, infatti, la Rappresentanza sindacale aziendale invitò l’On. Berlinguer a Santa Maria Capua Vetere. Vi furono ripetute trattative tra la RSA e la Ditta per consentire l’ingresso in stabilimento dell’On. Berlinguer. Non fu raggiunto alcun accordo e l’Onorevole dovette accontentarsi di tenere il suo comizio sul piazzale esterno dell’Azienda. Intanto cambiavano i Direttori di stabilimento. Da Ivrea , dove sino ad allora aveva lavorato alla Olivetti, arrivò l’ing. Nicoletti Altimari. Fu la volta poi dell’ing. Montalbano, siciliano doc, e contemporaneamente o quasi cambiavano anche i Responsabili del Personale. Ma il cambiamento radicale avvenne con l’avvento della D.ssa Marisa Bellisario come AD dell’Azienda. Nel 1980, era iniziato il passaggio dalla elettromeccanica (ferraglia: relé elettromeccanici, cavo multiplo, selettori a motore per centrali telefoniche, telefono con disco combinatore ecc. ecc.) alla elettronica. Bisognò anzitutto far capire al personale e proprio a tutto il personale, dall’ingegnere al manovale che era finita l’era dei pezzi di ferro e che iniziava una nuova fase dove ognuno era chiamato a convertirsi a nuove tecniche di produzione e a nuove apparecchiature ben più sofisticate che richiedevano un diverso approccio lavorativo, anche di mentalità oltre che di competenza. Fu iniziato perciò uno sforzo di formazione generale a tutti i livelli. La scuola interna di addestramento fu ristrutturata e ampliata. Si ricorse a docenti di elettronica anche esterni e si sottopose il personale addetto ad un a intensa attività di corsi di formazione per riconvertire le conoscenze e le capacità. Il processo durò a lungo e fu accolto con favore da tutti, favorito, per la verità, anche dall’essere l’età media del personale, a quel tempo, ancora abbastanza favorevole. Fu veramente uno sforzo titanico. Santa Maria Capua Vetere era diventata la sede della nuova Società denominata Italtel Telematica. Ma a gestire il tutto vi era un timoniere, anzi una timoniera, di grande qualità : la D.ssa Bellisario che nel 1981, da Condirettore generale fu nominata Amministratore Delegato. E così iniziarono le produzioni di centrali e centralini privati completamente elettronici, Il telefono, ad es., si ridusse all’interno ad una semplicissima piastra di circuito stampato che svolgeva tutte le funzioni del vecchio, complicato e pesante apparato elettromeccanico del modello S62 che aveva dominato sino ad allora la telefonia italiana. Fu realizzata la centrale a 10.000 numeri in tecnica PCM (Pulse Code Modulation), tra le più moderne e sofisticate del mercato. Dal 1981 al 1984–85 Italtel Telematica di S. Maria C.V. conosce un periodo di sviluppo molto importante. Tengasi conto che nel frattempo era nato a S. Maria c.v. un Centro di ricerca che vedeva la presenza di oltre un centinaio di ricercatori, fisici, matematici, ingegneri, tecnici specialisti che, su impulso della Bellisario, avevano stabilito contatti con laboratori statunitensi a Denver in Colorado. Mentre gli anni 60–70 avevano visto l’assunzione di manodopera di bassa qualificazione, gli anni 80–90 videro l’ingresso in azienda di un elevato numero di laureati e tra essi moltissime donne. Fu un vero periodo d’oro che culminò, infatti, con l’assegnazione nel 1983 dell’Oscar di bilancio alla Società. Ma gli anni 80 furono anche gli anni in cui iniziò la diminuzione del personale e a S.Maria C.V. cominciarono ad essere applicate le procedure di dimissioni incentivate, di prepensionamento e di ricollocazione presso altre realtà industriali. Insomma si andava chiaramente verso un ridimensionamento dell’azienda in termini di addetti e questo processo interessò tutti i livelli aziendali, dai dirigenti agli operai. Si profilò ciò che drammaticamente accadrà negli anni 90–2000, tanto più che la Bellisario era stata stroncata da un male incurabile nel 1988. Il triste prosieguo della storia di Italtel Telematica di S.Maria C.V. ebbe strascichi anche drammatici, soprattutto per quei dipendenti che non erano riusciti ad usufruire di esodo incentivato e assistito. La cessione dello stabilimento di SMCV ad altre realtà industriali fino alla chiusura completa mise la parola fine ad una delle più importanti realtà lavorative che aveva segnato tutti gli anni dal 1960 e fino praticamente al 2000.

