La Magnifica Humanitas, la fisica dei Qualia di Federico Faggin e il Transumanesimo

Con la  cor­sa ai sol­di del­l’In­tel­li­gen­za Arti­fi­cia­le e le  pro­mes­se del­la cor­ren­te filo­so­fi­ca che vuo­le usa­re la tec­no­lo­gia per supe­ra­re i limi­ti bio­lo­gi­ci uma­ni, ci sia­mo imbat­tu­ti in una “sel­va oscu­ra”.  Un ter­ri­to­rio vera­men­te ine­splo­ra­to. Si trat­ta di sta­bi­li­re cosa ci ren­da uma­ni e se le mac­chi­ne potran­no mai svi­lup­pa­re una coscien­za. Su que­sto si inse­ri­sce lo stu­dio di Fede­ri­co Fag­gin, tra­sfor­ma­to­si, in età diver­sa­men­te gio­va­ne,  da scien­zia­to e inven­to­re del micro­pro­ces­so­re a “teo­lo­go del silicio”.

Fag­gin ha demo­li­to l’il­lu­sio­ne del­la Sili­con Val­ley secon­do cui l’IA potrà pri­ma o poi diven­ta­re coscien­te. La sua rispo­sta è un “no” cate­go­ri­co. Per dimo­strar­lo, pro­po­ne un approc­cio che supe­ra la fisi­ca clas­si­ca e la stes­sa mec­ca­ni­ca quan­ti­sti­ca tra­di­zio­na­le, ela­bo­ran­do una nuo­va mate­ma­ti­ca per spie­ga­re la dif­fe­ren­za abis­sa­le tra com­pu­ter ed esse­re uma­no. Il suo pen­sie­ro gio­ca su due fron­ti: i bit e il pen­sie­ro com­pu­ta­zio­na­le da un lato, i qua­lia e il pen­sie­ro spi­ri­tua­le dall’altro.

I com­pu­ter, per quan­to poten­ti, ela­bo­ra­no solo dati, sim­bo­li e segna­li elet­tri­cio. Que­sto è il pen­sie­ro com­pu­ta­zio­na­le: un cal­co­lo cie­co, algo­rit­mi­co e pri­vo di qual­sia­si rea­le com­pren­sio­ne. L’IA tra­du­ce il mon­do in nume­ri, ma non sa cosa quei nume­ri signi­fi­chi­no. Con i qua­lia e il pen­sie­ro spi­ri­tua­le, Fag­gin si doman­da: che cos’è allo­ra la coscien­za? La rispo­sta sta nel­le espe­rien­ze sog­get­ti­ve, come il sapo­re del cioc­co­la­to, il calo­re del sole sul­la pel­le, il dolo­re di un lut­to o la sen­sa­zio­ne del colo­re rosso.

I qua­lia non sono ridu­ci­bi­li a impul­si elet­tri­ci o for­mu­le mate­ma­ti­che mate­ria­li; appar­ten­go­no al pen­sie­ro spi­ri­tua­le. La coscien­za non emer­ge dal­la mate­ria del cer­vel­lo, è una pro­prie­tà fon­da­men­ta­le del­la real­tà che l’uo­mo spe­ri­men­ta inter­na­men­te. Un’IA può discri­mi­na­re la com­po­si­zio­ne chi­mi­ca del vino, ma assa­po­rar­lo signi­fi­ca tut­t’al­tra cosa.

L’enciclica Magni­fi­ca  Huma­ni­tas tro­va nel­le tesi di Fag­gin un allea­to scien­ti­fi­co straor­di­na­rio per por­re pre­ci­si limi­ti eti­ci allo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co. Il tran­su­ma­ne­si­mo har­d­co­re vede il cor­po bio­lo­gi­co come un soft­ware difet­to­so pie­no di bug e sogna l’emulazione del cer­vel­lo: sca­ri­ca­re la nostra coscien­za in un com­pu­ter per ren­der­ci immortali.

La Magni­fi­ca  Huma­ni­tas si basa sul prin­ci­pio oppo­sto: Dio si è fat­to car­ne. Fag­gin dà ragio­ne a que­sta visio­ne: se la coscien­za si espri­me attra­ver­so i qua­lia (l’e­spe­rien­za viva e sen­ti­ta), essa ha biso­gno del cor­po bio­lo­gi­co per rela­zio­nar­si con il mon­do. Il cor­po e la bio­lo­gia non pos­so­no esse­re inter­cam­bia­bi­li. Un’e­ti­ca basa­ta sul­la Huma­ni­tas e sul­la fisi­ca dei qua­lia rifiu­te­rà sem­pre l’i­dea di ridur­re l’uo­mo a puro dato digi­ta­le, difen­den­do la sacra­li­tà del­la vita bio­lo­gi­ca con­tro l’il­lu­sio­ne di una fin­ta immor­ta­li­tà ciber­ne­ti­ca che sareb­be solo la copia di un soft­ware, pri­va di una vera vita interiore.

Nel­le uni­ver­si­tà, anche al dipar­ti­men­to di inge­gne­ria del­la Van­vi­tel­li in Cam­pa­nia, ed ancor più nei suoi labo­ra­to­ri di mate­ma­ti­ca e fisi­ca, gio­va­ni dot­to­ran­di lavo­ra­no sup­po­nen­do che l’es­se­re uma­no, se ben indi­riz­za­to, pos­sa anche esse­re con­si­de­ra­to un riso­lu­to­re di cal­co­li com­ples­si, o deb­ba al con­tra­rio abban­do­na­re que­sto per­cor­so ceden­do il posto che ha occu­pa­to per seco­li. Da qui nasce la con­si­de­ra­zio­ne che se un com­pu­ter cal­co­la più velo­ce­men­te, allo­ra è “supe­rio­re” all’uomo.

Per Fede­ri­co Fag­gin, que­sto signi­fi­ca con­fon­de­re il pen­sie­ro com­pu­ta­zio­na­le del­le mac­chi­ne con il pen­sie­ro spi­ri­tua­le del­l’uo­mo. La Divi­na Huma­ni­tas affer­ma che l’es­se­re uma­no è un’i­co­na del divi­no, dota­to di una dimen­sio­ne tra­scen­den­te. C’è una bar­rie­ra inva­li­ca­bi­le tra il fare e l’es­se­re. Pro­prio per­ché l’IA è pri­va di coscien­za e di qua­lia, l’al­go­rit­mo deve rima­ne­re uno stru­men­to e non un sosti­tu­to del­le deci­sio­ni uma­ne nei cam­pi in cui sono in gio­co la respon­sa­bi­li­tà e il desti­no del­le per­so­ne: la giu­sti­zia, la medi­ci­na, la guer­ra e l’e­du­ca­zio­ne. Una mac­chi­na può otti­miz­za­re un cal­co­lo, ma non pos­sie­de il pen­sie­ro spi­ri­tua­le per com­pren­de­re il valo­re del per­do­no, del­la giu­sti­zia o del­la sof­fe­ren­za. Il tran­su­ma­ne­si­mo, eli­mi­nan­do la sof­fe­ren­za e poten­zian­do l’in­tel­li­gen­za, pro­met­te di ren­der­ci “per­fet­ti”, ma in un mon­do di esse­ri modi­fi­ca­ti, il rischio è la nasci­ta di una nuo­va e ter­ri­fi­can­te disu­gua­glian­za biologica.

Qui inter­vie­ne il con­cet­to del­l’ab­bas­sa­men­to insi­to nel­la Magni­fi­ca Huma­ni­tas. Per Leo­ne XIV la mani­fe­sta­zio­ne del divi­no avvie­ne nel momen­to in cui l’uomo è più vul­ne­ra­bi­le, qua­si cro­ci­fis­so. Fag­gin ci inse­gna che la nostra uni­ci­tà sta pro­prio nel­la capa­ci­tà di pro­va­re sen­ti­men­ti pro­fon­di, empa­tia e amo­re, dina­mi­che lega­te ai qua­lia e alla nostra fra­gi­li­tà. La tec­no­lo­gia deve esse­re usa­ta per cura­re, non per crea­re una raz­za di supe­ruo­mi­ni. L’ef­fi­cien­za algo­rit­mi­ca non deve diven­ta­re il metro di misu­ra del­l’u­ma­ni­tà. L’e­ti­ca del­la Magni­fi­ca Huma­ni­tas ci impo­ne di pro­teg­ge­re la vul­ne­ra­bi­li­tà: è pro­prio la nostra natu­ra fra­gi­le e sen­zien­te, aper­ta all’e­spe­rien­za spi­ri­tua­le, che ci spin­ge a usci­re dal­l’e­goi­smo per coo­pe­ra­re e ama­re. La scien­za di Fag­gin e la teo­lo­gia del­la  Huma­ni­tas con­ver­go­no su un’u­ni­ca, fon­da­men­ta­le veri­tà: l’uo­mo non è un com­pu­ter venu­to male da for­mat­ta­re e poten­zia­re con la tec­no­lo­gia. Il tran­su­ma­ne­si­mo, nel ten­ta­ti­vo di ren­der­ci dèi arti­fi­cia­li e mac­chi­ne per­fet­te, rischia di pri­var­ci dei qua­lia, ovve­ro del­la nostra stes­sa ani­ma. La sfi­da eti­ca del nostro tem­po è capi­re che la nostra gran­dez­za non sta nel tra­sfor­mar­ci in algo­rit­mi super-effi­cien­ti, ma nel custo­di­re quel pen­sie­ro spi­ri­tua­le che ci ren­de capa­ci di vera com­pren­sio­ne, com­pas­sio­ne e libertà.

Mau­ro Neme­sio Rossi