La biografia della giornalista Meryle Secrest si focalizza sulle complesse intersezioni tra lo sviluppo tecnologico italiano e le severe dinamiche geopolitiche della Guerra Fredda attraverso la meticolosa ricostruzione delle vicende industriali e personali della famiglia Olivetti. Il saggio intitolato “The Mysterious Affair at Olivetti” esamina la transizione aziendale dal massimo splendore impresso da Adriano Olivetti fino alla successiva e dolorosa cessione della divisione elettronica alla General Electric. L’opera approfondisce in particolare i legami personali tra i vari protagonisti e le circostanze storiche che portarono alla scomparsa ravvicinata dei vertici strategici della società piemontese nel momento di massima competizione con i colossi informatici statunitensi.
L’interesse dell’autrice per le alterne vicende della dinastia di Ivrea nasce da un incontro fortuito avvenuto a Washington durante la notte di Halloween del 1964 con Roberto Olivetti, figlio di Adriano, giunto negli Stati Uniti per motivi d’affari. Questo contatto ravvicinato spinse la scrittrice britannica a intraprendere molti anni dopo una vasta e certosina ricerca documentale basata su interviste dirette e sull’analisi di rapporti archivistici precedentemente secretati dalle autorità americane. La narrazione mette in luce il ruolo pionieristico e rivoluzionario del laboratorio elettronico di Pisa dove l’ingegner Mario Tchou coordinava lo sviluppo dell’Elea 9003, il primo calcolatore commerciale interamente progettato a transistor.
Il clamoroso successo tecnologico e commerciale di questo ambizioso progetto industriale collocava l’industria italiana in una posizione di netta superiorità rispetto ai diretti concorrenti d’oltreoceano rappresentati da aziende come IBM e General Electric. Il governo degli Stati Uniti e i servizi di intelligence della CIA sorvegliavano costantemente le mosse di Adriano Olivetti a causa delle sue posizioni politiche indipendenti e del diffuso timore che l’Europa acquisisse una totale autonomia strategica. La morte improvvisa di Adriano Olivetti, avvenuta su un treno svizzero nel febbraio del 1960, e la successiva e altrettanto traumatica scomparsa di Mario Tchou l’anno seguente bloccarono definitivamente questa straordinaria e promettente espansione industriale.
L’incidente automobilistico in cui perse tragicamente la vita l’ingegner Mario Tchou avvenne la mattina del 9 novembre 1961 lungo l’autostrada Milano-Torino nei pressi del comune piemontese di Santhià. La versione ufficiale redatta dalle autorità dell’epoca attribuì l’intera responsabilità del sinistro a un errore di guida dell’autista della vettura aziendale, il quale effettuò un sorpasso azzardato in condizioni di scarsa visibilità determinando l’impatto fatale contro un autocarro. La moglie di Mario Tchou, Elisa Montessori, si recò immediatamente nella zona del disastro stradale e confermò la dinamica lineare del fatto, escludendo l’esistenza di complotti o sabotaggi esterni e definendo l’evento come una tragica fatalità.
La testimonianza diretta e tempestiva della vedova Montessori coincideva del resto con le dichiarazioni successive pubblicate dalla nipote dell’ingegnere, la quale ribadì a mezzo stampa la totale assenza di elementi misteriosi o trame segrete legati alla morte dello scienziato eporediese. Nonostante le ferme rassicurazioni espresse dai familiari più stretti del progettista, il fratello di Adriano, Dino Olivetti, mantenne sempre ferma la propria personale convinzione che la scomparsa del congiunto e del capo del laboratorio fosse l’esito di un’operazione occulta. Questa persistente tesi della cospirazione internazionale venne alimentata nel tempo dalle oggettive difficoltà incontrate dai ricercatori nel reperire i documenti ufficiali e dalle apparenti incongruenze riscontrate nelle perizie riguardanti la reale posizione dei veicoli coinvolti.
Il volume di Secrest riesamina i rilievi tecnici effettuati sul luogo del sinistro, sollevando interrogativi circa la possibile presenza di un terzo autoveicolo rimasto ignoto e mai identificato dalle autorità inquirenti della polizia giudiziaria. L’autrice non formula accuse perentorie nel corso della sua trattazione, ma evidenzia come la fine simultanea dei due principali leader della divisione elettronica abbia oggettivamente favorito il successivo assorbimento delle tecnologie italiane da parte della agguerrita concorrenza commerciale americana. Il rapido declino del laboratorio di Ivrea coincise infatti con l’inevitabile vendita del comparto informatico, un evento geopolitico che privò l’Italia e l’intera Europa della leadership continentale nel nascente mercato globale dei personal computer.
L’analisi storiografica odierna interpreta queste drammatiche vicende non come un complotto storicamente accertato, bensì come la palese espressione dei severi vincoli economici imposti dal blocco occidentale durante gli anni più caldi del confronto atomico tra le due superpotenze. La figura di Adriano Olivetti emerge come quella di un imprenditore alternativo, il cui originale modello sociale ed economico spaventava sia i capitalisti tradizionali sia gli apparati statali per la sua carica profondamente democratica e innovativa. La rigorosa ricerca documentaria della scrittrice britannica possiede il grande merito di aver ricollocato il miracolo elettronico italiano all’interno di una complessa cornice internazionale dominata dagli interessi commerciali e finanziari delle grandi multinazionali straniere.
La ricostruzione biografica mette in evidenza come la perdita di questi due attori chiave abbia causato uno sbandamento strategico irreversibile all’interno del consiglio di amministrazione dell’azienda, dove la componente finanziaria tradizionale considerava i forti investimenti nell’elettronica come un azzardo economico pericoloso per la stabilità complessiva del gruppo. Le forze conservatrici del capitalismo italiano dell’epoca, d’accordo con i principali istituti di credito nazionali, premettero per un rapido ritorno alle produzioni meccaniche tradizionali in cui l’azienda deteneva già posizioni consolidate di mercato. Questo orientamento strategico conservatore determinò l’isolamento dei tecnici che avevano collaborato con Tchou a Pisa e a Ivrea, riducendo progressivamente i finanziamenti necessari per mantenere l’aggiornamento dei prototipi rispetto all’evoluzione dei componenti americani.
Il contesto internazionale vedeva inoltre l’alleanza tra gli apparati militari statunitensi e le imprese private d’oltreoceano impegnati a imporre standard tecnologici uniformi all’interno dei paesi aderenti al Patto Atlantico, escludendo iniziative industriali autonome nei settori strategici. La vicenda dell’allineamento forzato dell’industria informatica europea ai brevetti americani dimostra come le dinamiche commerciali della Guerra Fredda non tollerassero eccezioni al monopolio tecnologico esercitato dalle grandi compagnie protette da Washington. La stessa sorte toccò negli anni successivi ad altri progetti industriali europei che cercarono di insidiare il primato dei colossi statunitensi, confermando l’esistenza di una precisa barriera geopolitica all’espansione della manifattura tecnologica indipendente.
L’eredità immateriale del laboratorio guidato da Mario Tchou sopravvisse parzialmente nei progetti dei ricercatori rimasti in azienda, i quali riuscirono a presentare alla fiera di New York del 1965 la Programma 101, considerata la prima calcolatrice personale da tavolo della storia. Questa innovazione dimostrò la bontà della visione scientifica iniziale e la capacità tecnica delle maestranze italiane, sebbene l’assenza di un solido sostegno politico e finanziario statale abbia impedito la nascita di un polo informatico nazionale duraturo. La storiografia economica riconosce oggi in quella stagione interrotta una delle più grandi occasioni perdute per la modernizzazione strutturale del sistema produttivo del Paese, le cui conseguenze si avvertono ancora nell’attuale assetto industriale dell’Europa.
Il lavoro di Meryle Secrest restituisce dignità storica a una vicenda complessa, sottraendola alle semplificazioni della letteratura scandalistica e ricollocandola nella dimensione dell’analisi archivistica e del confronto diretto tra le diverse memorie familiari e istituzionali. L’inclusione delle posizioni espresse dalla vedova del progettista e dai discendenti della dinastia industriale consente di delineare un quadro interpretativo sfaccettato in cui la fatalità degli eventi privati si intreccia inestricabilmente con le costrizioni dell’ordine politico mondiale. Il valore dell’opera risiede nella capacità di documentare le tensioni strutturali che regolano i rapporti di forza commerciali tra le nazioni, mostrando i limiti che la geopolitica può imporre all’autonomia della ricerca scientifica e dell’innovazione industriale.


