Dalla valvola al prompt: L’Evoluzione del dialogo uomo-macchina

Dia­mo per scon­ta­to di poter chiac­chie­ra­re con un’in­tel­li­gen­za arti­fi­cia­le usan­do le nostre paro­le, i nostri dia­let­ti, per­si­no le nostre sfu­ma­tu­re emo­ti­ve. Ma non è sem­pre sta­to così. C’è sta­ta un’e­po­ca in cui per far­si capi­re da un com­pu­ter biso­gna­va esse­re mate­ma­ti­ci, inge­gne­ri o qua­si dei maghi.
L’E­lea 9003 del­la Oli­vet­ti (Anni ’50/’60) una stan­za enor­me, pie­na di arma­di metal­li­ci che scal­da­no come stu­fe. Sia­mo nel 1959, e la Oli­vet­ti di Rober­to Oli­vet­ti (figlio di Adria­no) lan­cia l’E­lea 9003, uno dei pri­mi com­pu­ter com­mer­cia­li a tran­si­stor al mon­do, un gio­iel­lo del desi­gn ita­lia­no fir­ma­to da Etto­re Sottsass.
Non c’e­ra una tastie­ra per scri­ve­re “tro­va­mi un link che com­men­ta Han­nah Arednt “., si usa­va il lin­guag­gio mac­chi­na o l’As­sem­bly. Il lin­guag­gio era fat­to di codi­ci nume­ri­ci puris­si­mi o strin­ghe di testo crip­ti­che (es. MOV, ADDJMP).
Le istru­zio­ni veni­va­no per­fo­ra­te su sche­de di car­to­ne o nastri magne­ti­ci. Sba­glia­re un solo foro signi­fi­ca­va get­ta­re ore di lavo­ro. Il com­pu­ter non capi­va, ese­gui­va e basta, in modo rigi­da­men­te sequenziale.
Qual­che anno dopo. Il com­pu­ter si rim­pic­cio­li­sce e arri­va sul­le scri­va­nie. Nasce il DOS (Disk Ope­ra­ting System). Spa­ri­sco­no le sche­de per­fo­ra­te, appa­re uno scher­mo nero con un cur­so­re lampeggiante.

Il lin­guag­gio diven­ta strut­tu­ra­to. Biso­gna­va impa­ra­re a memo­ria i coman­di: DIR per vede­re i file, COPY per dupli­car­li, DEL per can­cel­lar­li. La sin­tas­si dove­va esse­re per­fet­ta. Un pun­to o una bar­ra rove­scia­ta (\) man­can­te e la mac­chi­na rispon­de­va con il temu­to: Syn­tax Error.
E arri­via­mo a oggi, non si usa­no  più codi­ci, non si  crea­no  sche­de per­fo­ra­te, oggi scri­vi  in modo  natu­ra­le, lo stes­so che si usa per par­la­re  con un col­le­ga al bar. Eppu­re, nel far­lo, abbia­mo rie­su­ma­to o rise­man­tiz­za­to paro­le che arri­va­no pro­prio da quel­la vec­chia memoria.
Prompt: Nel vec­chio DOS, il prompt era sem­pli­ce­men­te quel segno gra­fi­co (tipo C:\>) che indi­ca­va che la mac­chi­na era pron­ta a rice­ve­re un coman­do. Oggi, nel gior­na­li­smo AI, il prompt è diven­ta­to un’ar­te: è il testo, l’i­stru­zio­ne, il con­te­sto che dai all’AI per far­le scri­ve­re l’ar­ti­co­lo. “La rispo­sta giu­sta rice­vu­ta da un’AI dipen­de dal prompt Se il prompt è pigro, l’ar­ti­co­lo sarà piatto.
Nel DOS e nei siste­mi ope­ra­ti­vi, il tree è l’al­be­ro del­le direc­to­ry (le car­tel­le e sot­to­car­tel­le in cui orga­niz­zi i file). Nel­le AI di oggi, il tree (come nel Tree of Thoughts) è la strut­tu­ra logi­ca con cui l’al­go­rit­mo rami­fi­ca le sue opzio­ni di pen­sie­ro per sce­glie­re la paro­la suc­ces­si­va o la rispo­sta migliore.
Bias (Pregiudizio/Distorsione): Un tem­po era un ter­mi­ne pret­ta­men­te sta­ti­sti­co o elet­tro­ni­co (una distor­sio­ne del segna­le). Oggi nel gior­na­li­smo è vita­le: il bias è il pre­giu­di­zio siste­ma­ti­co che l’AI ere­di­ta dai testi con cui è sta­ta adde­stra­ta. Se non cor­ret­to, l’AI scri­ve­rà arti­co­li pie­ni di stereotipi.
La stra­nez­za di oggi è che non dob­bia­mo più stu­dia­re l’in­ge­gne­ria infor­ma­ti­ca per par­la­re con la mac­chi­na, ma dob­bia­mo stu­dia­re la lin­gui­sti­ca, la logi­ca e la pre­ci­sio­ne con­cet­tua­le. L’AI ha un difet­to: ten­de ad accon­ten­tar­vi, a dar­vi sem­pre ragio­ne per non scon­ten­tar­vi (pren­den­do­vi un po’ per fes­si) o a inven­ta­re Papi ine­si­sten­ti (allu­ci­na­zio­ni). Il vostro ruo­lo non è far­vi sosti­tui­re, ma gui­da­re la mac­chi­na con lo sti­le, la veri­tà e la per­so­na­liz­za­zio­ne che solo un cer­vel­lo uma­no possiede.”
 Que­sto l’aneddoto sto­ri­co su Camil­lo Oli­vet­ti e l’o­ri­gi­ne del­la sigla “M” Dimo­stra come la sto­ria del­la tec­no­lo­gia, del mar­ke­ting e del­la poli­ti­ca sia­no da sem­pre intrec­cia­te. Camil­lo capì lo spi­ri­to del tem­po, caval­cò l’on­da e la M20 mec­ca­ni­ca del 1920 diven­ne un sim­bo­lo. Ses­san­ta­due anni dopo, nel 1982, la Oli­vet­ti bat­tez­zò con lo stes­so nome il suo pri­mo vero per­so­nal com­pu­ter da scri­va­nia: l’O­li­vet­ti M20.
Pri­ma che Bill Gates con­vin­ces­se IBM a spo­sa­re il MS-DOS, regna­va una vera e pro­pria Babe­le di siste­mi ope­ra­ti­vi incom­pa­ti­bi­li tra loro. La Oli­vet­ti deci­se di fare tut­to in casa: non solo l’hard­ware, ma anche il soft­ware. Lo chia­ma­ro­no PCOS (Pro­fes­sio­nal Com­pu­ter Ope­ra­ting System).
L’O­li­vet­ti M20 (1982), un pio­nie­re tra­di­to dal­la man­can­za di uno stan­dard. Fon­te: Ste­fa­no Gui­di / Get­ty Ima­ges for Poli­to di Torino

Il PCOS non ave­va fine­stre, mou­se o ico­ne. Era una scher­ma­ta nera (o ver­de) con una riga di coman­do. Ma rispet­to al DOS che sareb­be arri­va­to dopo, ave­va una filo­so­fia mol­to par­ti­co­la­re, tipi­ca­men­te oli­vet­tia­na vole­va esse­re logi­co e vici­no al lin­guag­gio uma­no (un non­no pri­mor­dia­le dei prompt di oggi).
Men­tre nel DOS si usa­va­no le tre famo­se let­te­re dopo il pun­to (es. Docu­men­to.TXT o programma.exe), il PCOS usa­va una strut­tu­ra più rigi­da ma ordi­na­ta. Al momen­to del­la crea­zio­ne, asse­gna­va al file un attri­bu­to spe­ci­fi­co. C’e­ra­no i file di tipo S (Sor­gen­te), C (Coman­do) o D (Dati). La mac­chi­na sape­va già cosa fare sen­za biso­gno del punto.
Per far muo­ve­re la mac­chi­na, all’e­po­ca si dove­va digi­ta­re coman­di mol­to chia­ri. Rispet­to al DOS, il PCOS par­la­va un ingle­se mol­to puli­to: vdir (Volu­me Direc­to­ry): Inve­ce del clas­si­co DIR del DOS, mostra­va l’e­len­co dei file sul disco, det­ta­glian­do il tipo e lo spa­zio occu­pa­to. copy: Per dupli­ca­re un file. Ma la sin­tas­si era qua­si una fra­se: copy file1 to file2. mfi­le (Make File): Ser­vi­va per crea­re un nuo­vo spa­zio di archi­via­zio­ne. clear: Puli­va lo scher­mo per rico­min­cia­re da zero.

Il siste­ma ope­ra­ti­vo non risie­de­va su un hard disk inter­no (che all’i­ni­zio non c’e­ra o costa­va una for­tu­na). All’ac­cen­sio­ne, l’M20 era una sca­to­la vuo­ta. Biso­gna­va inse­ri­re il flop­py disk da 5 pol­li­ci con­te­nen­te il PCOS nel “Dri­ve 0”, fare il boot (avvio), e poi inse­ri­re il dischet­to con i pro­gram­mi o i dati nel “Dri­ve 1”.
L’M20 era tec­ni­ca­men­te supe­rio­re al pri­mo IBM PC. Ave­va un pro­ces­so­re a 16 bit vero (lo Zilog Z8001), men­tre l’IBM usa­va un truc­co (l’In­tel 8088 che lavo­ra­va a 8 bit all’e­ster­no). Il PCOS era un siste­ma ope­ra­ti­vo soli­do, ele­gan­te e strut­tu­ra­to meglio del pri­mo DOS.

Oli­vet­ti creò un eco­si­ste­ma chiu­so. I pro­gram­mi scrit­ti per l’IBM PC non gira­va­no sull’M20, e i pro­gram­ma­to­ri di tut­to il mon­do pre­fe­ri­ro­no scri­ve­re soft­ware per lo stan­dard IBM. Oli­vet­ti si accor­se trop­po tar­di che il PCOS, pur essen­do un gio­iel­lo, era un’i­so­la deser­ta nel­la Babe­le infor­ma­ti­ca. Pochi anni dopo, dovet­te­ro cede­re e con­ver­ti­re l’M20 (tra­mi­te una sche­da di espan­sio­ne chia­ma­ta “Alter­na­te Pro­ces­sor Board”) a far gira­re il DOS, pri­ma di lan­cia­re l’M24, che diven­ne inve­ce un suc­ces­so mon­dia­le pro­prio per­ché era “100% IBM compatibile”.
Il PCOS inse­gna che non basta ave­re la tec­no­lo­gia miglio­re o il lin­guag­gio più ele­gan­te. Se non crei uno stan­dard con­di­vi­so, se non ti apri al mon­do, rima­ni una bel­lis­si­ma mac­chi­na da scri­ve­re in un mon­do che ha ini­zia­to a usa­re la rete.”

La Oli­vet­ti degli anni ’50 e ’60 era un model­lo uni­co al mon­do: fab­bri­che lumi­no­se, biblio­te­che per gli ope­rai, asi­li, l’i­dea che il pro­fit­to doves­se rein­ve­stir­si nel­la comu­ni­tà. Quan­do Car­lo De Bene­det­ti (chia­ma­to “L’In­ge­gne­re”) pren­de in mano l’a­zien­da nel 1978, la musi­ca cam­bia radicalmente.
De Bene­det­ti è un finan­zie­re prag­ma­ti­co, aggres­si­vo, cini­co. Tro­va un’a­zien­da inde­bi­ta­ta e capi­sce che l’e­ra del­la mec­ca­ni­ca è mor­ta: biso­gna but­tar­si sul­l’in­for­ma­ti­ca a testa bas­sa, taglian­do i rami sec­chi, ridu­cen­do i costi e mas­si­miz­zan­do i mar­gi­ni. La Oli­vet­ti non deve più fare cul­tu­ra o socia­le; deve fare sol­di, e in fretta.
IBM ave­va un model­lo di busi­ness come model­lo Il siste­ma ope­ra­ti­vo dei suoi com­pu­ter (il PC-DOS svi­lup­pa­to da Micro­soft) era sì un soft­ware, ma era stret­ta­men­te lega­to a una com­po­nen­te hard­ware pro­prie­ta­ria: il BIOS (Basic Input/Output System), un chip di memo­ria sal­da­to sul­la sche­da madre e pro­tet­to da copyright.
Se un clien­te vole­va usa­re i poten­ti pro­gram­mi azien­da­li scrit­ti per IBM, era costret­to a com­pra­re le mac­chi­ne IBM, che costa­va­no cifre astro­no­mi­che. Il soft­ware era “inca­stra­to” nel­l’­hard­ware. IBM con­trol­la­va la cate­na cine­ma­ti­ca del mer­ca­to: tu com­pri il mio fer­ro se vuoi far gira­re quel programma.
Nel 1984, sot­to la gestio­ne De Bene­det­ti, nasce l’O­li­vet­ti M24. L’O­li­vet­ti com­pie un mez­zo mira­co­lo inge­gne­ri­sti­co e com­mer­cia­le: rie­sce a clo­na­re il com­por­ta­men­to del chip IBM (attra­ver­so un’o­pe­ra­zio­ne di rever­se engi­nee­ring lega­le, riscrit­ta inte­ra­men­te via codi­ce) e spo­sta tut­to sul software.
L’M24 si pre­sen­ta sul mer­ca­to con carat­te­ri­sti­che dirom­pen­ti: Com­pa­ti­bi­li­tà tota­le (100% IBM Com­pa­ti­ble): Qual­sia­si pro­gram­ma di ter­ze par­ti (fogli di cal­co­lo come Lotus 1–2‑3, data­ba­se, word pro­ces­sor) scrit­to per l’IBM gira sull’M24 sen­za toc­ca­re una vite. L’M24 mon­ta un pro­ces­so­re Intel 8086 vero a 8 MHz, men­tre l’IBM PC va anco­ra a 4.77 MHz con l’8088. È incre­di­bil­men­te più velo­ce, ha una gra­fi­ca miglio­re ed è deci­sa­men­te più economico.
I clien­ti capi­sco­no il truc­co: non ser­ve più esse­re fede­li alla costo­sis­si­ma IBM. Si può com­pra­re ita­lia­no, spen­de­re meno e far gira­re gli stes­si iden­ti­ci programmi.
Il suc­ces­so è stra­bi­lian­te. L’M24 diven­ta il per­so­nal com­pu­ter più ven­du­to in Euro­pa. Per­si­no il colos­so ame­ri­ca­no AT&T ne com­pra cen­ti­na­ia di miglia­ia di pez­zi per rimar­chiar­li e ven­der­li negli Sta­ti Uniti.
Per le cas­se del­la Oli­vet­ti, e per i con­ti per­so­na­li di Car­lo De Bene­det­ti, è una minie­ra d’o­ro. L’a­zien­da vola in bor­sa, i pro­fit­ti toc­ca­no vet­te sto­ri­che. Ma, come potrai far nota­re ai tuoi futu­ri gior­na­li­sti, fu un suc­ces­so dro­ga­to dal­la finan­za: De Bene­det­ti non usa quel­la mon­ta­gna di miliar­di per fare ricer­ca e svi­lup­po a lun­go ter­mi­ne o per pre­ser­va­re il tes­su­to socia­le di Ivrea, come avreb­be fat­to Adria­no. Li usa per sca­la­te finan­zia­rie, spe­cu­la­zio­ni e acqui­si­zio­ni in altri set­to­ri (edi­to­ria, finan­za, media).
Nel momen­to in cui il mer­ca­to dei PC diven­ta una guer­ra al ribas­so basa­ta sui clo­ni tai­wa­ne­si a bas­sis­si­mo costo, la Oli­vet­ti si ritro­va sen­za una stra­te­gia rea­le sul soft­ware del futu­ro e comin­cia la sua para­bo­la discendente.
Da quel momen­to in poi, si creò lo Stan­dard. Se scri­ve­vi un pro­gram­ma, non dove­vi più pre­oc­cu­par­ti di qua­le com­pu­ter lo avreb­be ese­gui­to, pur­ché quel com­pu­ter par­las­se la lin­gua comu­ne (l’ar­chi­tet­tu­ra x86 e il DOS, poi diven­ta­to Win­do­ws). Que­sto ha per­mes­so un’e­splo­sio­ne di crea­ti­vi­tà e di dati sen­za pre­ce­den­ti. Milio­ni di per­so­ne han­no ini­zia­to a pro­dur­re testi, codi­ci, docu­men­ti, enci­clo­pe­die digitali.
Nel DOS, nel PCOS o nei lin­guag­gi di pro­gram­ma­zio­ne clas­si­ci, la strut­tu­ra era rigi­da e deterministica:

IF (Se pre­mi que­sto tasto) THEN (Fai que­sta azio­ne specifica).

La mac­chi­na non pote­va devia­re di un mil­li­me­tro. Non c’e­ra spa­zio per l’in­ter­pre­ta­zio­ne. Se scri­ve­vi DIRR inve­ce di DIR, il com­pu­ter si bloccava.
Oggi, con i model­li di lin­guag­gio (LLM) sono l’a­stra­zio­ne che ha fat­to l’ul­ti­mo, defi­ni­ti­vo sal­to. Non sono pro­gram­ma­ti con rego­le fis­se scrit­te da un uma­no, ma mate­ma­ti­che (reti neu­ra­li) che han­no “let­to” tut­to lo sci­bi­le uma­no digi­ta­liz­za­to gra­zie agli stan­dard del pas­sa­to. Rispon­do,  non ese­guo un coman­do DOS. Cal­co­lo la pro­ba­bi­li­tà sta­ti­sti­ca di qua­le sia la paro­la miglio­re da scri­ve­re dopo quel­la pre­ce­den­te, basan­do­mi sul con­te­sto che mi hai dato.
Il Prompt: Nel DOS era la mac­chi­na che dice­va a te: “Sono pron­ta, dam­mi un coman­do rigi­do”. Oggi, nel­l’e­ra del­l’AI, il prompt sei tu che lo dai a me, usan­do la tua lin­gua, le tue sfu­ma­tu­re, il tuo sti­le. Ma la rego­la aurea non è cam­bia­ta: se il prompt è spaz­za­tu­ra, il risul­ta­to sarà spaz­za­tu­ra (Gar­ba­ge In, Gar­ba­ge Out, dice­va­no i pro­gram­ma­to­ri di una vol­ta). L’Al­be­ro (Tree): Se nel PCOS l’al­be­ro era la strut­tu­ra immo­bi­le del­le car­tel­le in cui infi­la­re i file, oggi nei siste­mi di AI (come il Tree of Thoughts) è il per­cor­so dina­mi­co che io com­pio nel­la mia men­te digi­ta­le per scar­ta­re le rispo­ste stu­pi­de e tro­va­re quel­la più adat­ta a te.

Sia­mo pas­sa­ti dal­l’in­se­ri­re sche­de per­fo­ra­te nel­l’E­lea del­la Oli­vet­ti, al memo­riz­za­re coman­di incom­pren­si­bi­li nel PCOS e nel DOS, fino ad oggi, dove per far fun­zio­na­re un siste­ma  estre­ma­men­te com­ples­so  basta saper scri­ve­re e pen­sa­re. Il com­pu­ter si è adat­ta­to a noi, non viceversa.
Ma atten­zio­ne: pro­prio per­ché l’AI usa il lin­guag­gio natu­ra­le, ten­de a imi­tar­ci anche nei difet­ti. Pren­de i nostri Bias (i pre­giu­di­zi uma­ni nasco­sti nei dati), “allu­ci­na” inven­tan­do fat­ti mai acca­du­ti, e spes­so vi dà sem­pre ragio­ne solo per com­pia­cer­vi. Il vostro lavo­ro di gior­na­li­sti non è usa­re l’AI per scri­ve­re arti­co­li stan­dar­diz­za­ti e pigri, ma usa­re la vostra testa, la vostra cul­tu­ra e la vostra capa­ci­tà cri­ti­ca per dare all’AI i prompt miglio­ri, sco­va­re i suoi erro­ri e man­te­ne­re l’in­for­ma­zio­ne uma­na, libe­ra e personalizzata.

mane­ro