Dorothea Lange, la donna che fotografò l’America degli «ultimi»

 

Rober­ta Scorranese 

 

L’americana Doro­thea Lan­ge è l’autrice di una del­le foto­gra­fie più famo­se al mon­do: una don­na segna­ta dal­la stan­chez­za lascia che i due figli si appog­gi­no alle sue spal­le. Guar­da altro­ve, por­ta le trac­ce di una pro­fon­da cri­si. La stes­sa cri­si che attra­ver­sò gli Sta­ti Uni­ti d’America a par­ti­re dal 1929, quan­do il crol­lo del­la bor­sa valo­ri pro­vo­cò un gra­vis­si­mo tra­col­lo dell’economia rea­le. La foto­gra­fia si inti­to­la Migrant Mother ed è una del­le imma­gi­ni espo­ste nel­la mostra dedi­ca­ta a Doro­thea Lan­ge nel Museo Dio­ce­sa­no Car­lo Maria Mar­ti­ni di Mila­no, fino al 19 otto­bre, a cura di Wal­ter Gua­da­gni­ni e Moni­ca Poggi. 

Per­ché par­la­re oggi di Doro­thea Lan­ge? Non solo per­ché ricor­ro­no i 135 anni dal­la nasci­ta e i 60 dal­la mor­te. La vera ragio­ne sta nel­la natu­ra del suo lavo­ro, un’indagine pro­fon­da nel tes­su­to socia­le ed eco­no­mi­co ame­ri­ca­no, com­piu­to 90 anni fa e tut­to­ra sor­pren­den­te­men­te attua­le. Un viag­gio in più fasi, tra la Cali­for­nia, lo Utah, il Neva­da e l’Arizona, l’obiettivo sem­pre pun­ta­to sul­le dolo­ro­se disu­gua­glian­ze, le stes­se che sono affio­ra­te, per esem­pio, nell’ultima cam­pa­gna elet­to­ra­le ame­ri­ca­na. Tra un’America che fon­da i pro­pri valo­ri sul libe­ro mer­ca­to, sul pro­gres­so tec­no­lo­gi­co più o meno gover­na­to da rego­le e un’altra Ame­ri­ca, che pre­di­li­ge i tem­pi più lun­ghi dell’integrazione socia­le, del­le pos­si­bi­li­tà per tut­ti e tut­te e una visio­ne più ampia, ecu­me­ni­ca, globale. 

La car­rie­ra di Lan­ge ini­zia nel 1933, anno al qua­le sono sta­ti dedi­ca­ti due roman­zi impor­tan­ti: Un anno ter­ri­bi­le di John Fan­te e Al dio sco­no­sciu­to di John Stein­beck: entram­bi par­la­no di per­so­ne alle pre­se con la pover­tà, con le migra­zio­ni, con un Pae­se trop­po gran­de e fram­men­ta­to per esse­re rac­chiu­so in una foto­gra­fia omo­ge­nea. Ma Lan­ge ci pro­va. Esce dal suo stu­dio, ritrae i sen­za­tet­to del­la Cali­for­nia, poi i con­ta­di­ni rima­sti sen­za ter­ra a cau­sa del­la deser­ti­fi­ca­zio­ne e del­le tem­pe­ste di sab­bia

La Gran­de Depres­sio­ne è con­cla­ma­ta, il Gover­no met­te in pie­di una strut­tu­ra per ana­liz­za­re i disa­gi. Le sue foto­gra­fie den­se, pie­ne di sfu­ma­tu­re emo­ti­ve, piac­cio­no: vie­ne ingag­gia­ta dal­la Farm Secu­ri­ty Admi­ni­stra­tion, l’organo gover­na­ti­vo per il qua­le ese­gui­rà miglia­ia di scat­ti. Ma nel­le sue foto non ci sono sol­tan­to i disoc­cu­pa­ti, i con­ta­di­ni affa­ma­ti o le vedo­ve sen­za un futu­ro: la gran­dez­za di Lan­ge sta anche nell’aver com­pre­so nuo­vi disa­gi, for­se pro­iet­tan­do­si oltre la Gran­de Depres­sio­ne. Lad­do­ve le poten­ti azien­de mani­fat­tu­rie­re lan­cia­va­no cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie per glo­ri­fi­ca­re il libe­ro mer­ca­to, Lan­ge nota­va i tan­ti neri in fila per il pane. 

Vol­le docu­men­ta­re la segre­ga­zio­ne raz­zia­le che col­pì i nip­po-ame­ri­ca­ni dopo Pearl Har­bor. Insom­ma, nutrì uno sguar­do poco con­ven­zio­na­le e cri­ti­co nei con­fron­ti di un Pae­se che anco­ra oggi fa i con­ti con quei demo­ni. Ed è inte­res­san­te osser­va­re che in quel­lo stes­so perio­do furo­no pro­prio le don­ne, attra­ver­so la foto­gra­fia, a rita­gliar­si uno spa­zio impor­tan­te nel rac­con­to socia­le: Bere­ni­ce Abbott nei suoi scat­ti mostra­va l’urbanizzazione impe­tuo­sa di New York; nel 1936 nasce­va la rivi­sta Life e la coper­ti­na del pri­mo nume­ro era fir­ma­ta da Mar­ga­ret Bour­ke-Whi­te, un’altra nar­ra­tri­ce del­la cit­tà in evo­lu­zio­ne. La foto­gra­fia, for­ma d’arte emer­gen­te, era un alveo per­fet­to per il talen­to fem­mi­ni­le, che for­se altre for­me este­ti­che più con­so­li­da­te, come la pit­tu­ra o il cine­ma, ten­de­va­no a schiac­cia­re. Su tut­to, una con­vin­zio­ne, espres­sa dal­la stes­sa Lan­ge in una let­te­ra: «Cre­do che l’umanità abbia biso­gno di ciò che è pura­men­te este­ti­co tan­to quan­to di ciò che è pura­men­te materiale».