Il valore del confronto: dal carteggio del 1994 alla responsabilità dei giovani di oggi

Ste­fa­nia Brancaccio 

di Stefania Brancaccio

 

Ste­fa­nia Brancaccio

Ci sono pagi­ne di gior­na­le che, a distan­za di mol­ti anni, con­ser­va­no una sor­pren­den­te attua­li­tà. Mi è capi­ta­to rileg­gen­do un car­teg­gio pub­bli­ca­to da Il Mani­fe­sto nell’estate del 1994. Il pro­ta­go­ni­sta era Mar­co Mon­sur­rò, uno stu­den­te napo­le­ta­no di Eco­no­mia azien­da­le, vent’anni appe­na, che ave­va vota­to For­za Ita­lia e ave­va deci­so di scri­ve­re a un quo­ti­dia­no di sini­stra per spie­ga­re le pro­prie con­vin­zio­ni e con­fron­tar­si con chi la pen­sa­va diversamente.
Era­no gli anni di una pro­fon­da tra­sfor­ma­zio­ne del­la poli­ti­ca ita­lia­na e Mar­co, anzi­ché accon­ten­tar­si di un’appartenenza, sen­ti­va il biso­gno di inter­ro­gar­si sul­le ragio­ni del­la pro­pria scel­ta. Mi ha col­pi­ta soprat­tut­to que­sto atteg­gia­men­to. Quel ragaz­zo non cer­ca­va qual­cu­no dispo­sto a dar­gli ragio­ne. Espo­ne­va le pro­prie idee sul mer­ca­to, sul­la liber­tà indi­vi­dua­le e sul ruo­lo del­lo Sta­to, rivol­gen­do­si pro­prio a chi avreb­be potu­to con­te­star­le. Con­si­de­ra­va il voto una deci­sio­ne del­la qua­le assu­mer­si la respon­sa­bi­li­tà, non una pre­fe­ren­za da espri­me­re dimenticando.
Valen­ti­no Par­la­to gli rispo­se con durez­za, susci­tan­do le rea­zio­ni di nume­ro­si let­to­ri che, pur con­di­vi­den­do l’orientamento poli­ti­co del gior­na­le, dife­se­ro il dirit­to di quel gio­va­ne a esse­re ascol­ta­to con rispetto.
Mar­co tor­nò a scri­ve­re e nel­la sua secon­da let­te­ra, pub­bli­ca­ta il 3 luglio, par­lò del «pen­sie­ro del dia­lo­go, di chi sa che l’uomo muta e miglio­ra». È una fra­se sul­la qua­le mi sono sof­fer­ma­ta a lun­go. Mi ha col­pi­to che un ragaz­zo di appe­na vent’anni aves­se già com­pre­so quan­to fos­se impor­tan­te lascia­re aper­ta la pos­si­bi­li­tà di cam­bia­re, di impa­ra­re dagli altri, per­si­no da chi con­te­sta dura­men­te le nostre con­vin­zio­ni. In quel­le paro­le rico­no­sco una matu­ri­tà civi­le che non dipen­de dall’età, ma dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che il con­fron­to non ser­ve neces­sa­ria­men­te a con­vin­ce­re qual­cu­no, e nep­pu­re a pre­va­le­re, ma tal­vol­ta a com­pren­de­re meglio.
Rileg­gen­do quel­le pagi­ne, il pen­sie­ro è anda­to alle imma­gi­ni del­le pro­te­ste gio­va­ni­li in Fran­cia, dove alle mani­fe­sta­zio­ni si sono accom­pa­gna­ti anche epi­so­di di vio­len­za e distru­zio­ne. Non inten­do con­fon­de­re chi mani­fe­sta paci­fi­ca­men­te con chi incen­dia o deva­sta. Sareb­be pro­fon­da­men­te ingiu­sto. Ma mi doman­do qua­le distan­za si sia crea­ta, alme­no in una par­te del­la socie­tà, tra il desi­de­rio legit­ti­mo di cam­bia­re le cose e gli stru­men­ti scel­ti per far­lo. Una scuo­la dan­neg­gia­ta o un bene pub­bli­co distrut­to non ren­do­no più con­vin­cen­te una riven­di­ca­zio­ne. Fini­sco­no per col­pi­re pro­prio la comu­ni­tà alla qua­le si chie­do­no risposte.
Sareb­be tut­ta­via trop­po sem­pli­ce fer­mar­si alla con­dan­na. Dovrem­mo anche chie­der­ci per­ché il dia­lo­go ven­ga tal­vol­ta per­ce­pi­to come inu­ti­le e per­ché la rab­bia fini­sca per sosti­tui­re la volon­tà di convincere.
Non cre­do che i gio­va­ni di oggi sia­no meno capa­ci di riflet­te­re di quel­li di trent’anni fa. Ne incon­tro mol­ti pre­pa­ra­ti, gene­ro­si, atten­ti alla pace, all’ambiente, alle disu­gua­glian­ze e alla digni­tà del lavo­ro. Mi doman­do piut­to­sto se sia­mo capa­ci di offri­re loro occa­sio­ni con­cre­te per tra­sfor­ma­re que­sta sen­si­bi­li­tà in par­te­ci­pa­zio­ne respon­sa­bi­le. Nel 1994, per pren­de­re par­te a una discus­sio­ne pub­bli­ca, biso­gna­va leg­ge­re, pen­sa­re, scri­ve­re una rispo­sta e maga­ri tor­na­re a riflet­te­re sul­le pro­prie argo­men­ta­zio­ni. Oggi pos­sia­mo inter­ve­ni­re in pochi secon­di, rag­giun­gen­do miglia­ia di per­so­ne. È una straor­di­na­ria oppor­tu­ni­tà, ma la rapi­di­tà del­la comu­ni­ca­zio­ne non sem­pre favo­ri­sce la pro­fon­di­tà del pensiero.
Tal­vol­ta vie­ne espres­sa un’opinione pri­ma anco­ra di esse­re sta­ta ela­bo­ra­ta, e il dis­sen­so, inve­ce di diven­ta­re un’occasione di cono­scen­za, si tra­sfor­ma in una con­trap­po­si­zio­ne nel­la qua­le con­ta soprat­tut­to ave­re l’ul­ti­ma paro­la. Eppu­re noi adul­ti abbia­mo una respon­sa­bi­li­tà che rara­men­te rico­no­scia­mo. Abbia­mo costrui­to un mon­do nel qua­le il lin­guag­gio pub­bli­co è spes­so aggres­si­vo e nel qua­le ammet­te­re una ragio­ne dell’avversario vie­ne con­si­de­ra­to una debo­lez­za. Abbia­mo occu­pa­to a lun­go gli spa­zi del­la poli­ti­ca, del­le isti­tu­zio­ni, del­le impre­se e del­le orga­niz­za­zio­ni, con­ti­nuan­do a par­la­re del futu­ro dei gio­va­ni sen­za sem­pre rico­no­sce­re loro la pos­si­bi­li­tà di con­tri­bui­re a costruir­lo. Li invi­tia­mo a par­te­ci­pa­re, ma non sia­mo altret­tan­to pron­ti a cede­re loro respon­sa­bi­li­tà rea­li. Da impren­di­tri­ce cono­sco bene que­sta ten­ta­zio­ne. Chi ha accu­mu­la­to espe­rien­za può con­vin­cer­si che il pro­prio modo di affron­ta­re i pro­ble­mi sia quel­lo più affi­da­bi­le, dimen­ti­can­do che ogni gene­ra­zio­ne vede aspet­ti del­la real­tà che a quel­la pre­ce­den­te pos­so­no sfuggire.
Tra­smet­te­re cono­scen­ze e valo­ri è un dove­re, ma non signi­fi­ca impe­di­re a chi vie­ne dopo di com­pie­re o ripe­te­re le nostre scel­te. Signi­fi­ca met­te­re nel­le con­di­zio­ni di sce­glie­re respon­sa­bil­men­te, accet­tan­do anche che mol­te scel­te per­se­gua­no per­cor­si diver­si dai nostri. Non so se le ten­sio­ni fran­ce­si potran­no ali­men­ta­re ana­lo­ghe mani­fe­sta­zio­ni in Ita­lia, ma sareb­be super­fi­cia­le con­di­vi­der­ne le inquie­tu­di­ni igno­ran­do una que­stio­ne che ci riguar­da da vici­no. La rispo­sta non può esse­re sol­tan­to il timo­re del­la pro­te­sta, né tan­to meno la sua giu­sti­fi­ca­zio­ne indi­scri­mi­na­ta. Dob­bia­mo saper ascol­ta­re le ragio­ni del disa­gio, sen­za dimen­ti­ca­re che nes­su­na riven­di­ca­zio­ne può tra­sfor­ma­re la vio­len­za in una for­ma accet­ta­bi­le di dialogo.
Tor­no allo­ra a quel ragaz­zo napo­le­ta­no del 1994. Non mi inte­res­sa sta­bi­li­re oggi chi aves­se ragio­ne tra Mar­co Mon­sur­rò e Valen­ti­no Par­la­to. Mi inte­res­sa che un gio­va­ne cit­ta­di­no aves­se sen­ti­to il biso­gno di discu­te­re pub­bli­ca­men­te le ragio­ni del pro­prio voto e che altri cit­ta­di­ni aves­se­ro con­si­de­ra­to impor­tan­te par­te­ci­pa­re a quel­la con­ver­sa­zio­ne. Era un eser­ci­zio di respon­sa­bi­li­tà civi­ca, nel qua­le le dif­fe­ren­ze non impe­di­va­no di rico­no­scer­si par­te del­la stes­sa comunità.
Pen­so ai ragaz­zi di oggi e, con par­ti­co­la­re affet­to, ai miei nipo­ti. Vor­rei che leg­ges­se­ro quel­le let­te­re e sco­pris­se­ro quan­to pos­sa esse­re impe­gna­ti­vo e appas­sio­nan­te for­mar­si un’opinione, difen­de­re la pro­pria posi­zio­ne, ascol­ta­re chi la pen­sa diver­sa­men­te. Vor­rei che con­si­de­ras­se­ro il voto non sol­tan­to un dirit­to con­qui­sta­to con la fati­ca di chi li ha pre­ce­du­ti, ma anche un atto per­so­na­le di respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri. Che sapes­se­ro indi­gnar­si davan­ti alle ingiu­sti­zie sen­za rinun­cia­re alla ragio­ne e che non aves­se­ro pau­ra di cam­bia­re idea quan­do incon­tra­no argo­men­ti più con­vin­cen­ti dei propri.
Ho tra­scor­so mol­ti anni del­la mia vita tra fami­glia, scuo­la, impre­se e impe­gno socia­le. Se c’è qual­co­sa che que­sta espe­rien­za mi ha inse­gna­to è che la matu­ri­tà non con­si­ste nell’avere final­men­te tut­te le rispo­ste, ma nel con­ti­nua­re a rico­no­sce­re il valo­re del­le doman­de. E qual­che vol­ta sono pro­prio i più gio­va­ni a por­ci quel­le che non ave­va­mo pen­sa­to di for­mu­la­re. Mi pia­ce­reb­be che, tra mol­ti anni, anche uno dei miei nipo­ti sen­tis­se il biso­gno di spie­ga­re pub­bli­ca­men­te per­ché ha scel­to di vota­re in un cer­to modo, pro­prio come fece quel ragaz­zo di vent’anni. Non impor­ta qua­le sarà la sua scel­ta. Mi impor­te­rà sape­re che avrà cer­ca­to di com­pren­der­la pri­ma di com­pier­la, che saprà orien­tar­si e assu­mer­si la respon­sa­bi­li­tà di risponderne.